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Dal tam tam sulle sorti dei sequestrati alle grandi aziende in fuga. Dagli scontri sulla nostra presenza militare al futuro del Paese. Ad essere ostaggio dell'Iraq è innanzitutto la politica. Da una decina di giorni, da quando cioè sono stati rapiti i quattro italiani dalle Falangi verdi di Maometto l'attività politica italiana è immobile, tutto è rinviato a tempi più sereni. Le elezioni europee e amministrative sembrano dimenticate, la riforma delle pensioni pare accantonata (si ode solo la voce di chi protesta), le sorti dell'economia vengono congelate. Per tutto ci sarà un momento - è il messaggio silenzioso del governo. Adesso c'è qualcosa di ben più importante: l'Iraq e, soprattutto, le sorti dei tre italiani, che rappresentano per il premier il principale scoglio da superare. Tutto il resto può aspettare. Al contrario, i giornali stranieri, soprattutto quelli di chi, come gli Stati Uniti, sono impegnati in primissima linea nella guerra in Iraq, dedicano spazi mignon alla guerra. Per la prima volta «The New York Times» pubblica una foto di bare di americani morti sul fronte. Ma è un evento, dato che finora le immagini dei feretri delle vittime americane erano state bandite alla stampa. E, comunque, la notizia dei funerali viene relegata a un taglio basso con un titolo a una colonna. La Spagna, che con Zapatero ha appena chiuso il capitolo Iraq, non ci pensa neppure a riaprire l'argomento ed è tutta concentrata su questioni di politica interna. Non parliamo poi dei giornali di Paesi che si sono tirati fuori dal conflitto fin dall'inizio, Francia e Germania. Sull'autorevole «Die Welt» le notizie sono altre, ma tante altre. Da parte sua, «Le Monde» sfiora la questione irachena che paralizza l'Italia sono in un'analisi in cui si parla della vecchia «querelle» tra Parigi e Washington. St. Mor.