Per l'avvocato Ghedini «è ridicolo pensare che l'attuale premier nel 97-98 andasse negli Usa a comperare soap. Non aveva più incarichi nel gruppo»

Per il premier le ipotesi di accusa sono di falso in bilancio, frode fiscale e anche di appropriazione indebita. Tempo necessario non solo per ricevere le risposte tanto attese ad alcune rogatorie estere avviate da mesi, ma anche per consentire ai due magistrati titolari del caso, Alfredo Robledo e Fabio De Pasquale, di andare negli Usa ed entrare in possesso della documentazione custodita in originale dalle case di produzione statunitensi che con Fininvest trattarono la cessione dei diritti cinematografici. La richiesta di proroga delle indagini non è recentissima. Già da qualche tempo i due pm l'avrebbero inoltrata al "loro" giudice per le indagini preliminari, Maurizio Grigo. Ma, probabilmente per qualche imprevisto di notifica, la consegna dell'atto ha subito un certo ritardo ed è arrivata a destinazione solo ieri. La difesa di Silvio Berlusconi, però non si opporrà alle indagini. Lo afferma l'avvocato e parlamentare Niccolò Ghedini che spiega che proprio dalle rogatorie «sarà dimostrata l'assoluta estraneità di Silvio Berlusconi rispetto alle accuse che gli vengono mosse. Lo dimostrano del resto le date. Negli anni in questione -ricorda Ghedini- Silvio Berlusconi aveva lasciato ogni incarico societario per fare politica e non aveva più alcun incarico nel gruppo». E poi, aggiunge il difensore «è ridicolo e singolare pensare che negli anni 1997-1998 Silvio Berlusconi andasse negli Usa a comprare soap opera». Che Silvio Berlusconi fosse indagato dalla primavera scorsa nell'inchiesta Mediaset per falso in bilancio e frode fiscale, e a quanto si apprende anche per appropriazione indebita, lo si era saputo alla vigilia del semestre italiano di presidenza della Ue, quando il Ministero della Giustizia bloccò la rogatoria chiesta per gli Usa a carico del premier. Da allora, però, l'indagine era tornata nel «silenzio». Stando ai magistrati, infatti, le major americane avrebbero venduto i loro diritti non direttamente al gruppo di Segrate ma a società off shore, per la precisione a Century One e a Universal One, le quali le avrebbero rivendute a Mediaset, che avrebbe ereditato dopo la quotazione in borsa del 1994 il sistema operativo di Fininvest. Mediaset «ribadisce che i presupposti su cui si basa l'inchiesta sono totalmente inconsistenti e pertanto respinge ogni accusa di frode fiscale e falso in bilancio. La vicenda è nota ed è stata già ampiamente chiarita da Mediaset in tutti i suoi termini». «I diritti televisivi cui fa riferimento l'inchiesta della Procura di Milano - precisa l'azienda - vennero acquistati a prezzi di mercato presso società terze non appartenenti al Gruppo». «Correttezza - sottolinea Mediaset - confermata tra l'altro da una perizia effettuata nel 1996 da un'autorevole società internazionale del settore, la Kagan World Media, che ha stabilito come i prezzi pagati per i diritti in questione fossero addirittura inferiori a quelli di mercato. Stupisce -conclude la nota- che da otto anni di continui ad indagare su presupposti inconsistenti».