Un grande fiuto per gli affari

Nervi saldi e polso fermo certo non mancano alla signora Dini, dipinta da chi la conosce come una donna tutta d'un pezzo. E non le fa difetto neppure la classe, tanto che c'è chi l'ha definita la più elegante d'Italia e ha paragonato il suo stile a quello di Jacqueline Kennedy. Dietro gli impeccabili tailleur, un eccezionale fiuto per gli affari, che le ha permesso di far prosperare il gruppo fondato in Costa Rica dal primo marito, Renzo Zingone, dopo averne assunto saldamente le redini alla morte di questi, nel 1981. Un vero e proprio impero, con un fatturato tra i primi venti del Centroamerica. E così per molto tempo la sua vita è stata un viavai incessante tra l'Italia, San José e il Guatemala, assieme ai due figli Cesare e Maria Zingonia. Poi, nell'85, l'incontro con il futuro ministro e presidente del Consiglio, Lamberto Dini. Una serie di successi a dir poco strepitosi per una donna di origini piuttosto modeste, figlia di un medico condotto di Vescovato, cittadina in provincia di Cremona, e di una campionessa di pattinaggio a rotelle. Ma il vento che gonfia le vele della fortunata e intraprendende signora a un certo punto gira di colpo. Tra l'aprile e il giugno del 2000 viene coinvolta in un'inchiesta condotta dal procuratore di Lucca Giuseppe Quattrocchi sul faccendiere tornato in questi giorni sotto i riflettori per il caso TeleKom Serbia: Curio Pintus. Già allora la Dini si dichiarò estranea ai fatti che coinvolgevano l'uomo - da cui lamentava di essere stata raggirata - e un collaboratore di questi, Oreste Lauretti, che si scoprirà essere l'amministratore della Sidema, l'immobiliare di proprietà della signora Dini. Da quell'inchiesta emergerà il sospetto di un giro di finanziamenti statali agevolati da alcune tangenti, che avrebbero visto, secondo l'accusa, la signora Dini nel ruolo di mediatrice. Per questo la moglie dell'allora ministro degli esteri fu indagata e rinviata a giudizio per corruzione assieme alla sua socia d'affari, l'immobiliarista Oriana Cerri, che finì addirittura in carcere per diversi mesi. Al centro dell'inchiesta la presunta tangente da 50 milioni promessa nel '99 dall'azienda fiorentina On Power, per agevolare un finanziamento da 30 miliardi dall'Ipi, Istituto per la promozione industriale. Per l'accusa, la On Power voleva aprire due stabilimenti per produrre batterie per telefonini e tramite la Cerri, che seguì la pratica per un compenso da 230 milioni, arrivò alla Dini per ottenere una corsia preferenziale per il finanziamento. La vicenda venne rivelata dal Giornale e dall'Espresso, che pagarono la loro indiscrezione con una serie di querele per diffamazione, accompagnate dalla richiesta di risarcimenti astronomici: 11 miliardi di lire al quotidiano e una cifra doppia al settimanale. Una richiesta modesta, se paragonata a quella di 100 miliardi di lire avanzata nei confronti di Mediaset, per «affermazioni gravemente e intenzionalmente diffamatorie e calunniose», in seguito a una puntata di Striscia la notizia in cui tra l'altro si accusava la signora Dini di essersi impadronita dell'intero patrimonio del defunto marito Renzo Zingone, lasciando nell'indigenza i figli di primo letto del defunto.