ERA TUTTO GIÀ SCRITTO

«I Telefoni salvano Milosevic». Quasi la sintesi di una relazione finale della commissione su Telekom Serbia. Scritta però il lontano 5 giugno 1997 da un giornalista, Guido Rampoldi. E proprio con quel titolo pubblicata la mattina seguente sul suo giornale, Repubblica,. Con un sommario in cui c'era già dentro tutto. «Maxi accordo con la Stet, 1.500 miliardi nelle casse di Belgrado. Il leader strangolato dalla crisi impone il pagamento in contanti di due terzi della cifra. Una boccata d'ossigeno in vista della campagna elettorale per le presidenziali di autunno...». Mancavano 4 giorni alla firma ufficiale fra Stet e la Ptt serba per l'acquisto della partecipazione telefonica dello scandalo. Il quotidiano diretto da Eugenio Scalfari però era già in grado di offrire dettagli di quell'accordo che allora non suscitarono alcuna curiosità. Ma che 4 anni dopo sarebbero stati al centro di una serie di inchieste-scoop dello stesso quotidiano e ora sono il nocciolo centrale di indagini giudiziarie e inchieste parlamentari. Non è dato sapere se Scalfari apprezzò o meno le rivelazioni ( qualche mese prima pubblicamente prese le distanze dalla vignetta di Giorgio Forattini che commentava con sarcasmo il ribaltone al vertice della Stet, vedasi fotoriproduzione in cima all'articolo). Fondamentale poi la notizia del pagamento in contanti di due terzi della somma, circa mille miliardi. Non solo non smentita dai diretti interessati, ma addirittura calata in un assordante silenzio. Come una frase dell'articolo. «Meno scontata è la presenza di una società italiana in un affare che non poteva essere avviato senza l'incoraggiamento, o almeno il silenzio-assenso della Farnesina (...)L'opposizione serba probabilmente si sdegnerà contro Dini, ribattezzato Slobo-Dini...»