fantozziana cospirazione

Ranucci, il secondo tragico Sigfrido tra l’occhio di Palantir e il montaggio analogico

Andrea Venanzoni

Ci sono storie che invecchiando, proprio come il buon vino, migliorano. Diventano sempre più incredibili, esotiche, persino languide nella loro labirintica e borgesiana consistenza. Ad ogni narrazione, perdono particolari, minuti sovrabbondanti, e finiscono dritte al punto. Si incarnificano, come la trama del film La corazzata Potëmkin (Kotiomkin, nel lessico fantozziano) che il crudele e potentissimo professor Guidobaldo Maria Riccardelli costringeva i propri dipendenti, ne Il secondo tragico Fantozzi, a guardare a ripetizione, con tanto di cineforum alla fine. E quelli, estenuati, a corto ormai di giudizi e di possibilità critiche, se ne uscivano con «l’occhio della madre», «la carrozzella col bambino», «gli stivali dei soldati», fino al calboniano «questa sera il montaggio analogico mi ha completamente sconvolto», in una sorta di stanco mantra dettato da noia e voglia di compiacere.

 

 

Ed è così anche per il secondo tragico Sigfrido e la sua incredibile storia a base di Peter Thiel, Palantir, piattaforma Esperia, Il Tempo e il suo direttore Daniele Capezzone. All’inizio, nel libro ranucciano «Il ritorno della casta», figurano tutti, ma la connessione è flebile; ma non importa perché gli speziati ingredienti erano già stati ammassati e preparati per il maestoso crescendo. Col passare del tempo, e col deflagrare della vicenda giudiziaria sulla bomba e con tutto quel che ne è seguito anche in casa Rai, ad ogni ospitata su un palco c’era uno scivolamento furtivo verso il lessico calboniano e quegli ingredienti, prima separati, finivano per prendere forma assieme. Durante le presentazioni librarie, ad ogni tappa, venivano ormai meno gli antefatti, le ricostruzioni, i dettagli e si finiva in pieno dogma di fede. Nell’ultima, la più recente e volendo la più politica visto il teatro, cioè la festa di AVS, Ranucci parla di Peter Thiel in visita a Roma, «pochi giorni prima del referendum sulla giustizia», ma qui scompaiono le conferenze sull’Anticristo e ci troviamo davanti a un incontro a porte chiuse tra il venture capitalist americano, Pietro Dettori di Esperia e Daniele Capezzone, uno dei più «agitati» nei suoi confronti. E gli altri centocinquanta presenti? Evaporati. Messo così, sembrerebbe quasi un incontro a porte chiuse pensato per prendere le misure a Report. Stai a vedere che l’Anticristo di Solov’ëv era proprio la trasmissione della Rai... e in pieno stile mistico-suggestivo Ranucci dal palchetto esclama «tutto questo incontro a porte chiuse, questa assonanza mi fa pensare che ci siamo persi qualcosa». Bè, sì, qualcosa lui di sicuro se lo è perso, direi le almeno altre centocinquanta persone presenti e il fatto che Report e Ranucci là dentro non se li sia filati proprio nessuno.

 

 

D’altronde, tra le pagine del suo ultimo libro, parlando della sorveglianza di massa, dell’importanza dei dati e della partnership contrattuale tra Palantir e Stellantis si domandava «oggi se vai a comprare un’auto ti chiedono a garanzia la tua tessera sanitaria. Perché?». Come se i dati della tua tessera sanitaria finissero in bocca a Peter Thiel e Alex Karp. Ma basterebbe andare sul sito dell’ACI, che non è l’anagramma della CIA ma l’Automobile Club d’Italia, per capire a cosa serva la tessera sanitaria da portare per la registrazione di operazioni automobilistiche: all’attestazione istituzionale del proprio codice fiscale. E no, quel funzionario dietro lo sportello non è Peter Thiel.