preoccupazione

L’intervista a Giampiero Zurlo: “L’Italia non può andare in stand-by perché si vota. Imprese e istituzioni devono continuare a parlarsi”

Luigi Frasca

Giampiero Zurlo, amministratore delegato di Utopia e presidente di Urania Media: «Sono preoccupato dalla continua polarizzazione del dibattito pubblico. Le grandi sfide richiedono decisioni, non slogan».

Ci stiamo avvicinando alla fase finale della legislatura. Che clima politico vede?
«Sono preoccupato soprattutto dalla qualità che sta assumendo il confronto pubblico. C’è una gara crescente a raggiungere in qualunque modo la pancia dell'elettorato, soprattutto attraverso i social network, dove la semplificazione, l’indignazione e lo scontro premiano, e dove l’intelligenza artificiale induce i cittadini in inganno. Questa è la prima campagna elettorale nazionale pienamente attraversata dall’AI, con una crescente difficoltà nel distinguere tra contenuti autentici e manipolati. La politica naturalmente vive anche di consenso, è ingenuo pensare il contrario. Ma siamo entrati in campagna elettorale, e si vede... Sono colpito, ad esempio, dalle proposte che da più parti sono emerse per tamponare per qualche settimana l’aumento dei carburanti. Le imprese guardano con enorme attenzione al modo in cui reagisce la politica alle sfide emergenziali. Quando un grande gruppo decide dove investire non guarda soltanto a fiscalità e costo del lavoro, ma valuta se quel Paese sappia assumere decisioni critiche veloci e soprattutto mantenerle nel tempo. Servono stabilità e certezze in un contesto mondiale sempre più caotico».

Quindi pensa che la campagna elettorale possa danneggiare il sistema produttivo?
«La campagna elettorale è un momento fisiologico della democrazia. Il problema nasce quando diventa una sospensione dell'attività decisionale. Un Paese come l'Italia non può entrare in stand-by per un anno ognivolta che ci avviciniamo alle elezioni. Le imprese continuano a investire, assumere, esportare, innovare, indebitarsi, rischiare. Devono decidere oggi dove produrranno tra cinque anni. Spero quindi che nei prossimi mesi la classe politica, tutta, sappia mantenere uno spazio serio di attenzione anche nei confronti del sistema produttivo.
Non significa assecondare le imprese in qualunque richiesta. Significa ascoltarle, conoscere i problemi, dare risposte rapide e soprattutto provare a creare certezza. La competitività di un Paese passa anche dalla qualità, dalla velocità e dalla stabilità delle sue decisioni».

Sarà il tema della nuova edizione del Forum di Urania?
«Il 5 novembre torneremo a Villa Wolkonsky per la seconda edizione del forum televisivo di Urania News. Dodici ore di diretta tv, con interviste e talk che metteranno a confronto alcuni dei principali rappresentanti delle istituzioni e del mondo imprenditoriale sui grandi dossier del momento. Imprese e istituzioni sono i due grandi attori attraverso i quali passa la competitività del sistema Paese. Le prime producono lavoro, innovazione, investimenti e ricchezza; le seconde determinano le regole e devono garantire coesione e interesse generale. Quando questi due mondi smettono di fidarsi l’uno dell’altro, perde l’Italia».

C’è bisogno di fiducia reciproca?
«La fiducia è uno dei principali fattori economici. Un imprenditore investe se pensa chele regole non saranno stravolte dopo pochi mesi. Un investitore internazionale porta capitali se ritiene affidabile il sistema istituzionale. Un cittadino accetta anche una decisione difficile se riconosce credibilità a chi la prende. La sfiducia, invece, ha un costo. Ritarda gli investimenti, aumenta il premio per il rischio, irrigidisce le relazioni industriali, impoverisce il dibattito. Anche i media hanno una responsabilità enorme. Se raccontiamo le imprese soltanto quando c'è uno scandalo o una crisi restituiamo una rappresentazione deformata del sistema produttivo. Raccontare chi investe, chi innova, chi crea occupazione non significa fare propaganda alle aziende. Significa raccontare una parte fondamentale del Paese. Questa è una delle ragioni per cui è nato il gruppo editoriale Urania e il nuovo canale tv Urania News».

Quando ha lanciato la televisione non tutti erano convinti.
«Direi che alcuni erano decisamente convinti del contrario. Ma credo che numeri e risultati parlino da soli. Solo a novembre 2024 abbiamo avviato le trasmissioni sul canale 260 del digitale terrestre, poi è arrivato il mondo dei canali FAST, quindi Samsung TV, Rakuten TV, LG Channels e infine a dicembre 2025 il canale 511 di Sky. In meno di due anni abbiamo costruito una distribuzione oggi presente su otto ambienti televisivi, tradizionali e connessi, superando due milioni di accessi mensili e 50.000 utenti unici al giorno».

Ma la televisione continua a perdere denaro?
«I guadagni facili non esistono mai e chiunque abbia costruito un'impresa lo sa. Però si può scegliere di fermarsi ai risultati già conquistati, monetizzarli e ridurre il rischio. Oppure si può decidere di rinunciare a una parte della redditività del presente per finanziare un ciclo di crescita successivo. Io ho scelto questa strada convinto che uno dei compiti dell'imprenditore sia proprio sacrificare una parte del risultato di oggi quando vede la possibilità di costruire un asset molto più importante domani.Utopia, con i suoi quasi 100 professionisti, continua a crescere nella consulenza d’impresa, in Italia e soprattutto a Bruxelles, mercato che ci sta dando grandi soddisfazioni. Urania è una start-up editoriale e l'abbiamo sempre trattata come tale. Abbiamo sostenuto il costo di costruzione della piattaforma, della distribuzione, del palinsesto e della struttura. La notizia, però, è che il nostro obiettivo è raggiungere il punto di pareggio economico già nel 2027, pur non avendo risparmiato sugli investimenti. E aggiungo che le nostre ambizioni nell'editoria sono appena cominciate, soprattutto perché vedo grandi opportunità in un settore che sta cambiando radicalmente».

Quali novità per i prossimi mesi?
«Cambieremo la sede romana. Abbiamo deciso di concentrare il cuore del gruppo in uno dei luoghi più straordinari di Roma, Palazzo Chigi Odescalchi, dove ci trasferiremo tra qualche mese. Avremo a disposizione circa mille metri quadrati per i nuovi uffici, i nuovi studi televisivi, gli spazi editoriali e quelli dedicati agli eventi istituzionali. Diventerà il simbolo fisico di ciò che stiamo cercando di costruire industrialmente: un luogo nel quale si incontrano imprese, istituzioni, giornalisti, professionisti, manager e accademici. Una nuova casa per una nuova fase di vita del nostro gruppo».