il colloquio
Dries Van Langenhove denuncia: “Nell’Ue non c’è più libertà di parola. dire la verità può costare la galera”
L’attivista belga pro remigrazione Dries Van Langenhove, condannato per «hate speech» dopo aver citato dati reali su immigrazione e criminalità, non indietreggia. «A Bruxelles basta provocare disapprovazione verso un gruppo protetto per essere incriminati. Il vero obiettivo? L’autocensura di massa», esordisce durante il colloquio avuto con Il Tempo. «Siamo entrati in una fase in cui persino informazioni vere diventano illegali se mettono in discussione la narrativa dominante sull’immigrazione». Già eurodeputato e figura simbolo del fronte identitario europeo, l’attivista è stato condannato per la seconda volta per «hate speech» dopo aver parlato pubblicamente del rapporto tra immigrazione di massa, criminalità e deterioramento della qualità della vita nelle città europee. Il punto più inquietante della vicenda, però, è un altro: il giudice ha riconosciuto che i dati citati erano reali. «Pensavo che attenendomi ai fatti, agli studi scientifici e alle statistiche sarei stato al sicuro» ci spiega. «Ma apparentemente oggi in Belgio perfino la verità può mandarti in prigione».
Il caso nasce da una conferenza tenuta all’Università Cattolica di Leuven nel febbraio 2024. Van Langenhove aveva illustrato una tesi politicamente esplosiva ma supportata da numeri ufficiali: immigrazione di massa e aumento dei problemi sociali sarebbero fenomeni collegati. Non slogan, non insulti, non inviti alla violenza. «Non ho diffuso fake news - sottolinea -. Il giudice stesso ammette che le mie affermazioni erano fattuali». Eppure la condanna è arrivata lo stesso. Ed è proprio la motivazione della sentenza a preoccupare chi difende la libertà di espressione nel continente. «Secondo il tribunale», continua Van Langenhove, «non è necessario che io abbia incitato concretamente all’odio o alla violenza. Basta la possibilità che le mie dichiarazioni possano portare qualcuno a sviluppare una generica disapprovazione verso un gruppo protetto». Una formulazione che, di fatto, rischia di trasformare qualsiasi critica all’immigrazione in un potenziale reato. «Questo significa», denuncia l’attivista, «che anche limitarsi a citare studi scientifici o articoli di giornale può diventare criminale se qualcuno ritiene che possano aumentare la disapprovazione verso i migranti». Per Van Langenhove il punto centrale non è neppure la singola condanna personale, ma il clima che queste sentenze producono nella società europea. «La vera arma del sistema non è soltanto la censura governativa», ribadisce. «È l’autocensura che ne deriva». E aggiunge: «Per ogni persona famosa colpita pubblicamente, ci sono milioni di cittadini che ogni giorno iniziano a chiedersi: "Posso dire questa cosa? Posso scrivere questo messaggio? Posso fare questa battuta?". È così che cambia la storia».
Anche perché, dal suo punto di vista l’obiettivo non sarebbe tanto riempire le carceri, quanto creare paura e incertezza permanente: «Il regime vuole esattamente questo: confusione. Vuole che le persone vivano costantemente con il dubbio di stare commettendo un reato semplicemente esprimendo un’opinione». Parole pesantissime che arrivano proprio mentre le istituzioni europee continuano a presentarsi come baluardo mondiale di democrazia e libertà. «L’Unione Europea parla continuamente di valori democratici e libertà di parola», osserva Van Langenhove. «Ma io ho già ricevuto più condanne per hate speech pur non avendo mai incitato all’odio o alla violenza contro nessuno». E arriva direttamente a Bruxelles. «La Commissione Europea non è realmente democratica», attacca. «E ogni giorno sembra sempre più impegnata a distruggere ciò che la civiltà europea ha rappresentato per migliaia di anni». Da qui il messaggio finale, che suona come un avvertimento politico all’intero Occidente: «Dovete fermare queste leggi sull’hate speech prima che vengano introdotte. Perché una volta approvate non sarà più possibile difendersi in tribunale. Il mio caso sia un monito per il mondo». La vicenda Van Langenhove tocca il cuore stesso della tradizione liberale occidentale. La libertà di parola non nasce per proteggere le opinioni comode o approvate dal potere, ma soprattutto quelle controverse e impopolari. John Stuart Mill scriveva che mettere a tacere un’opinione significa presumere la propria infallibilità: l’idea che qualcuno, un governo, un giudice o un’istituzione, possa stabilire ciò che può essere detto e ciò che non può esserlo. E nel momento in cui non viene punitala falsità o l’incitamento concreto alla violenza, ma la possibilità che un fatto vero possa generare “disapprovazione”, il tema non riguarda più soltanto l’immigrazione. Riguarda il principio stesso della libertà in Europa.