“geografa queer”

Rachele Borghi, la prof italiana che infiamma la Sorbona. “Relazione criminale con l’università”

Luca De Lellis

Ultimamente parte dell’opinione pubblica francese ha una spinta in più per non avere a cuore gli italiani. Si chiama Rachele Borghi, «professora di Geografia all’Università Sorbona di Parigi, geografa queer, pornosecchiona transfemminista», e con il suo intervento dell’8 febbraio scorso nel convegno «Contro il femminismo liberale e civilizzazionista: una risposta femminista e decoloniale all’agenda bellica» ha infuocato il dibattito in Francia tra ideologie politiche storicamente collidenti. Quali sono state le frasi oggetto di sdegno della stampa di estrema destra transalpina? Eccole: «L’unica relazione possibile all’università oggi è una relazione criminale» e «in tali condizioni, non si può che intrufolarsi nell’università e rubare tutto ciò che si può, abusare della sua ospitalità, contrastare la sua missione». Questo dev’essere «il percorso dell’intellettuale sovversivo all'interno dell’università moderna, che può trasformarsi in luogo di radicalità».

Parole che si attestano con prepotenza nel moderno contrasto socioculturale tra i mondi del “woke” – cioè il “politicamente corretto”– e dell’anti-woke, la “politica identitaria” che promuove valori conservatori. Oltralpe non devono averla presa con sportività, almeno stando alla campagna di delegittimazione portata avanti contro Rachele Borghi da alcuni media della destra francese e da alcuni commenti poco ortodossi sui social. Esemplifichiamo: la rivista Causeur, che già nel 2021 stigmatizzava la sua come una «retorica vuota su razza, genere e colonialismo snocciolata con aria di superiorità», stavolta ci è andata giù ancor più pesante con un articolo dal titolo «Il suo sedere sul comò» dal quale si evince che se l’università francese ospita una persona con tali idee «ha toccato il fondo». Non meno critico l’Observatoire du Wokisme, che ha accusato l’amministrazione della Sorbona di pagare con le tasse dei cittadini francesi una docente che tiene i corsi sulla post-pornografia «arrivando persino a spogliarsi davanti ai suoi studenti per illustrare la sua teoria sull’appropriazione del corpo femminile attraverso il sesso e la nudità».

Non sono mancate manifestazioni di solidarietà in difesa di Rachele Borghi. A partire dal comunicato articolato dai gruppi “Genere e Geografia” e “Geografie Decoloniali” dell’Associazione dei Geografi Italiani, i quali denunciano il clima di discriminazione nei confronti delle riflessioni critiche sui rapporti di potere. Avvalendosi dell’art. 33 della Costituzione sulla libertà dell’insegnamento di arti e scienze, sottolineano il paradosso odierno che risiede nella «delegittimazione delle prospettive femministe, decoloniali, queer e antirazziste che smascherano il razzismo istituzionalizzato e interrogano le complicità delle università con la militarizzazione e le guerre». Interpellata nelle ultime ore da Radio Ondarossa– frequenza militante di estrema sinistra –, la docente all’University College Dublin, Alice Salimbeni, ha assolto la collega contestando la strumentalizzazione delle sue parole che, comunque, erano frutto di citazione dall’opera «The Undercommons: Fugitive Planning & Black Study». Per Salimbeni anche in Italia il dibattito pubblico su questi temi non se la passa bene, con censure «impilicite», quali le «procedure di sorveglianza ministeriale sui programmi universitari»; ed “esplicite”, come «il ddl Delrio che criminalizza chi denuncia la politica genocida di Israele in Palestina». Per ora lo scontro ideologico sul caso Borghi è rimasto confinato in Francia. Vedremo se attraverserà le Alpi per giungere dentro e fuori le nostre università.