rompe il silenzio

La nuova vita di Flaminia Pace: “Io e il metodo Fanpage. Fascista e antisemita? Ma se mio padre è ebreo... Ferita, ma torno più forte”

Daniele Capezzone

Qui nella sala riunioni della redazione de Il Tempo, dove mi ha raggiunto, Flaminia parla con la precisione di chi sa ordinare i pensieri e scegliere con cura le parole. Flaminia è Flaminia Pace, la gran reproba, l’allora ragazza-prodigio di Gioventù Nazionale che finì nell’occhio del ciclone dopo i video rubati da Fanpage: da quel taglia e cuci venne fuori un canestro di frasi smozzicate oggettivamente gravi e infelici, perfino l’ombra di battute antisemite. All’epoca (giugno ‘24, lei era 21enne) si rese inevitabile un suo passo indietro, e poi, da allora, un lungo periodo di silenzio. Silenzio che Flaminia ha scelto di interrompere oggi conversando con il nostro giornale. Ha aspettato più di un anno e mezzo prima di dire la sua: «Se avessi parlato subito, sarebbe stato materialmente impossibile anche solo farmi ascoltare. Ancora adesso ricevo minacce di morte: soltanto negli ultimi quattro mesi, ne ho contate cinquanta, e poi mi sono fermata...». Ma come, ancora minacce? «Sì, minacce di morte, alcune pure ben circostanziate, indicando il mio indirizzo, i luoghi che frequento. E poi il resto che si può immaginare: "Put*ana, tr*ia, magari ti stuprano..." Questi sarebbero i sinceri democratici...». Alzo lo sguardo dal taccuino dove sto annotando queste informazioni orrende, e lei, sorridendo, cerca di stemperare: «Devo anche dire che però, da subito, ho pure ricevuto manifestazioni di calore e affetto, a volte in modo del tutto inaspettato...».

Flaminia, qual è stato il tuo errore?
«Il mio errore è quello di avere un carattere abbastanza irriverente: a volte cerco di scherzare anche per alternare momenti di sorriso a quelli di maggiore serietà. Oppure di parlare in modo ironico o sarcastico, per farmi capire, per rendere chiari i ragionamenti.
Questo linguaggio può essere frainteso o volutamente distorto, me ne rendo conto...».

Nel video di Fanpage c’erano tue frasi non difendibili...
«Eh, ma quelle frasi sono state tagliate, cucite e decontestualizzate. È venuto fuori un minestrone con le parole "fascista", "aborto", "Mussolini", "nigeriani". Se guardo quel video e non sapessi che quelle frasi sono state profondamente alterate anche io stessa penserei di trovarmi di fronte a un mostro».

Cos’è stato tagliato e cucito?
«Beh, una cosa decisiva. Sembra che io dica: "Sono fascista". Ma io stavo parlando a due persone di religione ebraica che mi stavano raccontando come a causa del clima creato dalle manifestazioni Pro Pal per loro fosse difficile frequentare l’Università».

E tu che hai detto?
«Io dicevo, quasi con un esercizio logico da giurista: "Se antifascismo è assaltare le sedi della parte avversa e aggredire chi la pensa diversamente, allora io sono fascista". Era un’iperbole, una frase volutamente provocatoria, ma questo ragionamento è stato tagliuzzato con il risultato che sappiamo. Ti faccio un altro esempio. Durante un evento di Gioventù Nazionale sono stata intervistata da una rivista che mi ha rivolto domande dai toni piuttosto aggressivi. A un certo punto mi hanno chiesto: "In caso di violenza da parte di un nigeriano, abortiresti?" E poi, "E se fosse un italiano?". Ho risposto con chiarezza che la nazionalità non avrebbe avuto alcuna influenza sulla mia scelta. Successivamente, parlando con alcune amiche, ho commentato dicendo: "Speravano che io rispondessi: se è figlio di un nigeriano, abortisco". Naturalmente è stata mandata in onda soltanto quest’ultima frase, estrapolata dal contesto. In questo modo il senso delle mie parole è stato completamente ribaltato, facendomi apparire come una caricatura funzionale a una certa narrazione politica, e non alla verità di ciò che avevo realmente detto».

C’è qualcosa che non hai detto prima d’ora a proposito della tua famiglia?
«Lo dico ora: io vengo da una famiglia per metà di religione cattolica e per metà di religione ebraica, dal lato di mio papà, a cui sono legatissima. Come potrei pensare ciò che mi è stato attribuito? Sin da bambina, ho respirato un’aria intrisa di entrambe le culture. Al punto che ho scelto la religione cattolica solo a dodici anni».

E tu saresti l’antisemita che viene fuori da quel video tagliuzzato?
«Hanno proprio sbagliato bersaglio. Ogni 27 gennaio, a scuola, mi sono adoperata in occasione del Giorno della Memoria. La mia famiglia ha ben presente la pagina orrenda dei rastrellamenti: mio zio Mario, che era un bimbo, si salvò grazie a una donna, peraltro cristiana, mentre suo papà, che si chiamava Pacifico, era già stato preso...».

E la tua famiglia come ha reagito a quel video e alla tua immagine che appariva deformata?
«Mia nonna 80enne è stata la prima a consolarmi, così come tante altre persone della comunità ebraica che mi conoscevano bene: sapevano e sanno chi ero e chi sono».

E tuo papà che ti ha detto?
«Era addolorato per sua figlia buttata in mezzo a questo tritacarne: quelle immagini, quel sottofondo musicale, quella costruzione. Provava rabbia, non delusione verso di me, perché mi conosceva e mi conosce».

È passato molto tempo dai fattacci che abbiamo ricordato. Cosa ti pare, a ritroso e a freddo, del metodo Fanpage? Mi riferisco prima all’infiltrarsi e poi al taglio e cucito...
«Se ci ripenso ora, sono colpita da un senso di ingiustizia. Ha senso trattare come un mostro una ragazza di 20 anni con una costruzione audiovideo di 118 secondi? Tra l’altro, io vorrei diventare giornalista, rispetto e amo tutte le forme di giornalismo a partire dal genere d’inchiesta: ma dov’è la verità sostanziale di quella ricostruzione? E poi c’è il lato umano. L’infiltrata, partecipando all’attività politica, ha assistito al miracolo di un gruppo di giovani che si mettono gratuitamente a disposizione degli altri, che leggono, studiano, donano il sangue, fanno i volontari e mettono su una sede da soli con tanta buona volontà. Lei ha conquistato la fiducia di quei ragazzi, si è finta loro e mia amica. Intanto, dietro il bottone, li riprendeva di nascosto e montava le loro parole in modo distorto».

Se si applicasse quel metodo a centri sociali e collettivi di sinistra, cosa verrebbe fuori?
«Ah, non saprei. So solo che durante la mia militanza io sono stata colpita, da attivisti di sinistra, con due bombe carta».

Devo anche dirti che se quel metodo venisse applicato a una riunione di redazione, a un qualunque ambiente di lavoro, pure persone ineccepibili o irreprensibili potrebbero essere crocifisse per una battutaccia o un’espressione infelice più o meno tagliuzzata... Ma perché secondo te si è voluto inchiodare una ragazza a quei fotogrammi?
«Perché faceva comodo. C’era da aggredire un governo, e ogni mezzo poteva essere buono all’occorrenza, anche travolgendo una 20enne».

In questo inverno 2026 c’è chi spiega (se non proprio giustifica) perfino i violenti di sinistra, mentre per te non c’è stata una singola voce che si sia levata a dire: ok forse ha sbagliato, ma non lapidiamola... Come mai?
«Il doppio standard mi pare abbastanza chiaro. Quando si parla degli antagonisti di sinistra si invocano contesto, disagio, tensioni da comprendere. Quando accade qualcosa a destra, invece, parte il processo: raggi X su ogni parola, moviola su ogni frase, distorcendo significati e contesti».

Che il tuo partito condannasse, era sacrosanto. C’è stato però qualche amico che ti ha deluso? Qualcuno da cui ti aspettavi un messaggio o una telefonata che non sono arrivati?
«Beh, diciamo che in questo anno e mezzo ho un po’ risistemato la rubrica telefonica capendo chi erano i veri amici. Ma ho anche scoperto di essere più forte di quanto pensassi io stessa. Se qualcuno mi ha voltato le spalle, pazienza, mi spiace per lui».

Ora scrivi su un blog (Orizzonti conservatori). Cosa attrae la tua attenzione?
«Io ho passione politica, non so stare senza ragionarci sopra, e ho creato quello spazio per dare voce ai miei pensieri. Tra l’altro cerco stimoli diversi, li ho trovati anche in figure molto differenti tra loro, da Croce a Pannella a Montanelli. Non a caso ho chiamato quello spazio ‘orizzonti’: non voglio stare stretta in uno schema troppo rigido».

Tra i tuoi coetanei e tra chi è anche molto più giovane di te, come vivi il problema della soglia di attenzione? Ho visto uno studio di neuropsichiatri secondo cui gli adolescenti su Tik Tok impiegano due o tre secondi per scrollare o no sullo schermo, e poi, se si fermano, restano appena per 7-8 secondi...Come si fa a articolare un pensiero, a catturare la loro attenzione?
«Posare ogni tanto il telefonino mi sembra saggio. Avere momenti in cui si torna alla carta, in cui si scrive con la penna. A scuola mi pare decisivo che ci sia una pausa dallo schermo del cellulare...».

Pensi ci si riesca?
«Beh, siamo esseri umani. Se trovi la persona giusta, a scuola e fuori, può indicarti qualcosa di molto più caldo ed emozionante dello screen di un cellulare».

E che cosa vuoi fare adesso?
«Sto finendo Giurisprudenza e poi vorrei una seconda laurea in Scienze Politiche: sono sempre stata un po’ secchiona... Dopo vedrò dove mi porterà il mare».