Operazione in più fasi
Iran, “ecco tutta la verità sull’attacco”. L’ex alto ufficiale del Mossad spiega come e perché colpire il regime
Senza strategie un popolo cade, ma nella moltitudine dei consiglieri c’è salvezza». (Proverbi 11:14) È questo il motto ufficiale del Mossad, il leggendario servizio d’intelligence d’Israele. Tra i migliori e più temuti al mondo, in quanto rappresenta da sempre un’eccellenza nella raccolta d’informazioni e nel contrastare le numerose minacce internazionali, anche attraverso operazioni speciali in luoghi e circostanze molto ostili allo Stato ebraico. Oded Ailam, è stato il capo della Divisione controterrorismo proprio del Mossad, l’ex alto ufficiale israeliano si è occupato di operatività, oggi è in pensione e si occupa di analisi e ricerca presso il Jerusalem Center for Security and Foreign Affairs. In questa intervista esclusiva a Il Tempo parla per la prima volta a un giornale italiano, fornendo un’analisi chiara, accurata, cauta e molto razionale, in particolare per quanto riguarda la situazione e gli scenari in costante evoluzione tra Medio Oriente, Occidente, Israele e soprattutto Iran. Proprio in queste ore è arrivato un sms anonimo a tutti gli iraniani che suona da presagio: «Trump è un uomo d’azione! Aspettate e vedrete!».
Il presidente Trump ha dato all’Iran una scadenza ravvicinata per raggiungere un accordo, mentre gli Stati Uniti sono già mobilitati. Dal suo punto di vista, quali sono le probabilità che si arrivi a un accordo e quali che ci sia un attacco?
«Il presidente Donald Trump ha indicato una tempistica compressa, ma in Medio Oriente le linee rosse sono spesso tracciate con una matita dalla gomma pronta. Il regime iraniano calcola di poter assorbire un attacco breve e mirato e sopravvivere, per questo offre concessioni minime e necessarie mentre preserva la propria leva nucleare. Trump non ha alcun desiderio di “un altro Iraq o Afghanistan”. Probabilmente ritiene che un attacco chirurgico possa costringere Teheran ad accettare. Nessuno può prevedere l’esito finale, soprattutto se venisse colpito lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale. Fino a che punto Teheran è disposta a retrocedere sull’arricchimento dell’uranio e quanto arricchimento è disposta a tollerare Washington? Il trio Witkoff, Kushner e Barak sussurra all’orecchio di Trump ciò che Kissinger consigliò a Nixon durante la guerra del Vietnam: dichiarare il successo e andarsene. Resta poco chiaro se le parti siano pronte a un compromesso, ma oggi le probabilità favoriscono leggermente un attacco limitato rispetto a un accordo storico».
Dopo l’operazione “Rising Lion” del giugno 2025, l’Iran mantiene ancora oggi capacità offensive significative?
«L’operazione “Rising Lion” ha inflitto danni reali e misurabili, ma non ha cancellato le capacità strategiche dell’Iran. Il programma nucleare è stato rallentato pesantemente. Tuttavia, secondo le informazioni disponibili, l’Iran conserverebbe ancora circa 420 kg di uranio arricchito al 60% e circa 3,5 tonnellate al 3,5%, e non vi è piena certezza sullo stato di tutto questo materiale. La ripresa dell’arricchimento richiederebbe mesi, non settimane, ma la conoscenza scientifica resta. Sul fronte missilistico, Israele ha danneggiato circa il 50% dell’arsenale iraniano di missili balistici a lungo raggio. Su circa 584 lanciatori, circa 178 sarebbero ancora operativi. Si tratta di una riduzione significativa, ma l’Iran sta ricostruendo — e a un ritmo notevole — con un presunto sostegno materiale e tecnologico da Cina e Russia.
Le proiezioni attuali suggeriscono che entro la fine del 2026 l’Iran potrebbe schierare circa 2.000 missili e 600 lanciatori. Non si tratta di una minaccia marginale, ma concreta, per tutti».
Lei ha scritto che il regime degli ayatollah è in uno stato di “bancarotta esistenziale”. Dopo l’estate scorsa e dopo le proteste popolari brutalmente represse, il regime di Khamenei è fragile, potrebbe crollare?
«Il regime si trova nel punto più basso dalla fine della guerra Iran-Iraq nel 1988. In quel momento, Khomeini accettò il cessate il fuoco e dichiarò che accettare per lui era come bere veleno. Oggi la Repubblica Islamica affronta una simile sensazione di esaurimento strategico. L’economia è gravemente sotto pressione, l’inflazione è pesante e molte fonti indicano che il 75–80% della popolazione respinge il dominio clericale, anche tra i sostenitori sciiti. Fragilità però non significa collasso imminente. La brutale repressione delle proteste è stata pensata per soffocare il dissenso e generare paura a lungo. La solidarietà occidentale non si è concretizzata. I regimi non cadono quando la gente è arrabbiata, ma quando si incrinano i pilastri del potere. Il collasso probabilmente inizierebbe con fratture all’interno dell’élite o dell’apparato di sicurezza. Se le sanzioni resteranno ferme, il deterioramento strutturale si approfondirà».
Come immagina un eventuale attacco: colpirebbe esclusivamente obiettivi militari specifici?
«Ecco come articolerei le diverse fasi: se si dovesse concretizzare un’operazione militare, inizierebbe quasi certamente con un’offensiva cibernetica coordinata progettata per accecare, interrompere e ritardare la capacità di risposta iraniana. La cyber-guerra è diventata fondamentale per le campagne moderne. La fase zero consisterebbe nella “soppressione cibernetica” appunto; la fase uno in attacchi aerei e missilistici contro siti nucleari, militari e di comando; la fase due in caso di escalation e blocco dello stretto di Hormuz, potrebbe portare a colpire terminal petroliferi, giacimenti e raffinerie. A quel punto gli attacchi non sarebbero più soltanto contro-forza militare, ma anche guerra economica, in risposta a colpi contro i mercati globali».
I proxy iraniani nella regione, che lei conosce bene, quali capacità offensive hanno attualmente?
«Non sono più un elemento decisivo sul piano strategico. La rete di proxy iraniani — ciò che Teheran definisce “Asse della Resistenza” — è stata significativamente indebolita nell’ultimo anno. Le linee di rifornimento sono state interrotte, comandanti di alto livello eliminati, i flussi finanziari limitati e il coordinamento compromesso. Per quanto riguarda Hezbollah, è indubbio che sia stato molto indebolito e lotta per la sua sopravvivenza in Libano. Pur restando pericolosi, non sono una minaccia esistenziale per Israele».
In Europa, l’Iran è spesso percepito come distante e non particolarmente minaccioso per la sicurezza. È d’accordo?
«No. L’Iran ha sviluppato missili balistici a medio e intermedio raggio che, a seconda della configurazione e del carico, possono raggiungere parti dell’Europa sud-orientale e centrale. Sono stimati avere una gittata intorno ai 2.000 km. Anche se oggi l’Europa non è il bersaglio primario, la capacità esiste. Poi, c’è l’infrastruttura dei proxy e delle operazioni clandestine in Europa. Nel 2018, un diplomatico iraniano con base a Vienna è stato condannato in Belgio per il coinvolgimento in un complotto terroristico. Queste reti sono state ripetutamente smascherate in tutta Europa e, sono certo, anche in Italia. Inoltre sulla convergenza tra terrorismo e criminalità, i servizi europei hanno più volte avvertito. Se l’Iran dovesse sentirsi con le spalle al muro potrebbe quindi attaccare dall’interno il vecchio continente, terreno più “morbido” rispetto agli Usa».
Nel 2025 lei ha parlato pubblicamente della “vasta rete” di asset che il Mossad mantiene in Iran, reclutati tra minoranze etniche, membri dell’opposizione e cittadini impoveriti dal regime. In caso di attacco, queste figure potrebbero essere operative in modo decisivo?
«Non faccio più parte del Mossad da diversi anni, quindi non posso e non voglio commentare dettagli operativi. Ciò che posso dire, sulla base della storia, è che per oltre 45 anni Israele ha dimostrato una notevole capacità di penetrazione dell’intelligence all’interno dell’Iran. Questa capacità si è basata su un ampio spettro di fonti: intelligence umana, raccolta tecnica, capacità cyber, analisi open source e partnership regionali. In ogni campagna militare moderna, l’intelligence non è un elemento di supporto: è la spina dorsale. Anche la CIA e altri servizi hanno dimostrato capacità in passato. Tuttavia, nessun servizio di intelligence è onnipotente».
Lei ha sostenuto che un cambio di regime a Teheran sia la chiave per la sicurezza globale. Quanto rapidamente potrebbe avvenire un tale cambiamento dopo un eventuale attacco?
«Un cambio di regime a Teheran, se dovesse avvenire, non sarebbe la conseguenza “mordi e fuggi” di un singolo attacco. Sarebbe più simile alla crepa in una cupola: una volta che le fratture si diffondono nella struttura, la gravità fa il resto. L’Iran non è un monolite. Circa il 40% della popolazione è persiana, ma vi sono minoranze significative. La coesione del regime si basa sul mantenimento del potere centrale. Il cambio di regime probabilmente non avverrebbe solo per le proteste di piazza, ma quando l’élite concludesse che il percorso attuale conduce al disastro fino alla disintegrazione dell’Iran stesso. Il risultato potrebbe non essere un leader carismatico unico, ma qualcosa di simile a un “politburo”. La storia mostra che la pressione esterna può accelerare le fratture interne. C’è un proverbio persiano: “Goccia dopo goccia si raccoglie, e poi diventa un mare».
Le proteste anti-ayatollah hanno elevato Reza Pahlavi a riferimento. Come vede la sua figura e altre figure dell’opposizione?
«Reza Pahlavi ha effettivamente acquisito visibilità nel contesto delle recenti proteste anti-regime in Iran, presentandosi come sostenitore della democrazia laica e dell’unità nazionale. Alcuni sostenitori ne evidenziano l’eloquenza, le connessioni internazionali e i decenni di attivismo; i critici, invece, lo considerano distante dalla realtà interna del Paese e legato all’eredità controversa del padre. Pahlavi enfatizza una transizione non violenta, la costruzione di coalizioni e una visione di prosperità. Tuttavia, la mancanza di un’organizzazione diretta sul campo solleva dubbi sulle sue capacità pratica di unificare e governare».