dritto e rovescio
Dritto e rovescio, la stoccata di Cruciani: "Il poliziotto ha fatto bene"
“Non solo ha fatto bene, ma a mio parere è una follia che venga indagato e dovrebbe essere, secondo me, premiato”. Con questa affermazione netta, pronunciata nel corso della trasmissione “Diritto e Rovescio” condotta da Paolo Del Debbio su Rete 4, l’ideatore del programma radiofonico “La Zanzara” Giuseppe Cruciani ha infiammato il dibattito sulla vicenda che nelle ultime ore scuote Milano e l’opinione pubblica italiana. Il giornalista ha difeso l’operato del poliziotto coinvolto nella sparatoria di Rogoredo, criticando l’iscrizione dell’agente nel registro degli indagati da parte della magistratura.
L’episodio, arrivato all’attenzione di tutti dopo giorni di cronaca e commenti sui media, ha per protagonista un agente della Polizia di Stato in borghese che ha sparato e ucciso un uomo di 28 anni nel quartiere Rogoredo, nella periferia sud di Milano, durante un servizio antidroga. I fatti, nelle ricostruzioni ufficiali, sono drammatici e purtroppo non insoliti in certe aree marginali della città. In via Giuseppe Impastato, una pattuglia impegnata in un controllo di contrasto allo spaccio ha incrociato un giovane uomo nordafricano identificato poi come Abderrahim Mansouri. Secondo le testimonianze raccolte dagli investigatori, gli agenti si sarebbero qualificati con la classica formula “Fermo, polizia” ma l’uomo non si sarebbe fermato e, invece, avrebbe estratto una pistola. Solo in un secondo momento è emerso che si trattava di una replica a salve, priva di tappo rosso e quindi molto simile a un’arma reale. L’agente – un quarantenne con oltre vent’anni di servizio – ha dichiarato agli inquirenti di aver sparato dalla distanza di circa trenta metri perché, a suo dire, l’uomo aveva puntato l’arma contro di lui nel momento in cui stava per iniziare l’inseguimento. Il proiettile esploso ha raggiunto il 28enne alla testa, uccidendolo.
Questa versione, resa al magistrato durante l’interrogatorio, è il fulcro della tesi difensiva dell’agente, che parla di paura e reazione all’immediato pericolo. Tuttavia, la Procura di Milano ha aperto un fascicolo per omicidio volontario, un atto dovuto per consentire ogni accertamento sulla dinamica e sulle proporzioni dell’uso dell’arma. La ricostruzione dei fatti, seppure simile nei dettagli principali attraverso le varie fonti, è al centro di un confronto più ampio: bisogna stabilire se davvero vi sia stata una minaccia tale da giustificare una reazione letale, se la distanza dello sparo e le condizioni operative rendessero inevitabile la morte del giovane. Gli accertamenti medico legali, compresa l’autopsia e le perizie balistiche, continuano in queste ore.
E mentre la discussione giudiziaria va avanti, il caso è diventato simbolo delle tensioni che attraversano la società italiana sulla sicurezza urbana, l’uso delle armi da parte delle forze dell’ordine e il modo in cui si risponde alle situazioni di pericolo percepito. Il commento di Cruciani, come quello di altri esponenti politici e sindacali schierati a difesa dell’agente, riflette una prima reazione di parte molto netta: per molti, un poliziotto che si trova di fronte a una pistola apparentemente vera non può essere giudicato come se fosse un civile disarmato. Per altri, invece, l’indagine serve proprio a chiarire fino in fondo le circostanze, senza semplificazioni. La vicenda di Rogoredo resta così, in queste ore, un nodo aperto: tra l’urgenza di garantire sicurezza per chi vive e lavora in aree difficili e l’esigenza di capire se e come la magistratura debba intervenire ogni volta che una divisa si trova a premere il grilletto.