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Bisignani: quel “salto nel buio” del professor Ungari. E il “metodo Garlasco” torna a Roma
Garlasco non è più solo un luogo. È un metodo. È il nome che torna ogni volta che un caso viene chiuso troppo in fretta, con quella rapidità che non rassicura, ma insospettisce. C’è stato un “Garlasco” anche a Roma. Non in una villetta di provincia, ma nei palazzi del potere, tra grembiulini e narcotraffico. È il caso Ungari. Anche qui, dopo 26 anni, si torna a parlare di una possibile riapertura delle indagini, grazie pure alle nuove tecnologie. Perché la conclusione iniziale, cristallizzata in una sequenza di indizi che non restituiscono una realtà fattuale coerente e forse accompagnata da una gestione maldestra delle prove scientifiche, non ha mai convinto i familiari della vittima.
Il professor Paolo Ungari, giurista di diritto pubblico e costituzionale, maestro massone e “pezzo da novanta” dell’establishment, è stato a capo della Commissione dei diritti umani presso la Presidenza del Consiglio, preside della Facoltà di Scienze Politiche della Luiss e, infine, punto di riferimento in Italia della Lega dei diritti dell’uomo. Ha insegnato, con era stato in Colombia, rientrando a casa con alcuni rapporti, sembra legati al traffico di droga tra l’Italia e il Paese sudamericano. Documenti che avrebbe voluto consegnare lunedì 6 settembre, il giorno del ritrovamento del corpo, all’amico Carlo Russo, giudice della Corte europea dei diritti dell’uomo, al quale aveva chiesto un incontro urgente prima del weekend. Tutto ciò avrebbe imposto a qualsiasi inquirente un surplus investigativo. Invece la morte venne rapidamente normalizzata, assorbita nella categoria delle fatalità. L’ultima persona a vedere Ungari in vita, alle 19.55 di quel fatale 3 settembre 1999, fu Pasquale Bandiera, figura chiave della Prima Repubblica: parlamentare repubblicano per più legislature, sottosegretario alla Difesa nei governi Cossiga e Forlani, dirigente della Lega dei diritti dell’uomo. Il suo nome compare negli elenchi della P2, dato storico mai tradotto in conseguenze giudiziarie. Era legato a figure centrali del mondo della sicurezza, come il colonnello Renzo Rocca, capo dell’Ufficio D del Sid, “suicidatosi” con un colpo di pistola, sebbene, all’esame del guanto di paraffina, senza tracce di polvere da sparo. Caso archiviato. È inevitabile, a questo punto, che la memoria torni a un’altra assenza mai chiarita: quella dell’economista Federico Caffè, misteriosamente scomparso nel 1987 e dichiarato morto nel 1998.
Storie diverse, ma unite da un comune denominatore: uomini centrali nella formazione del pensiero critico, della sicurezza e delle élite usciti di scena senza che lo Stato sentisse il bisogno di pretendere una verità piena. Il 14 gennaio scorso la famiglia Ungari ha chiesto alla Procura di Roma, alla luce di nuovi elementi, la riapertura del caso. Il nodo non è soltanto l’ascensore. È la cartella del professore ritrovata inspiegabilmente vuota. Infine, il vaso di cristallo che aveva con sé, regalo di nozze per la figlia della moglie, ritrovato incomprensibilmente intatto sul pianerottolo del secondo piano, accanto alla cartella vuota, mentre le perizie collocano la caduta dal terzo piano. Senza contare, poi, le deposizioni che non collimano e le testimonianze mai acquisite. Forse potrebbe essere utile riaprire gli archivi di questo “cold case” italiano, non solo quelli giudiziari e personali, ma anche quelli degli apparati, a partire da Forte Braschi. Non per cercare necessariamente la prova del delitto, ma per ricostruire il contesto reale in cui Ungari si muoveva, le relazioni, le interlocuzioni, i monitoraggi. Il “metodo Garlasco” non è la menzogna: è lo spazio negato alle piste alternative, è la rinuncia a capire fino in fondo. È l’abitudine a considerare sufficiente una verità minimale, pur di archiviarla. E Roma, su questo, ha una memoria lunga. Ma molto selettiva.