L'EDITORIALE DI CAPEZZONE

Il fumo dei complotti inesistenti e l’arrosto dello smartphone

Ce lo diciamo spesso: chi legge Il Tempo sta sempre un giro avanti. Era quasi un mese fa, il 19 agosto, quando ci domandammo come mai non fosse stato sequestrato il telefonino di Sigfrido Ranucci per estrarre una copia dei contenuti più rilevanti ai fini dell’inchiesta. Si tratta di una prassi largamente seguita. E non occorre essere indagati: non è la condizione di indagato che conta, ma il rapporto tra telefono e reato. Dunque, si può sequestrare il cellulare di una vittima, per ricostruire messaggi, foto o chat utili. Stessa cosa per un familiare, un terzo, un testimone. Naturalmente la Cassazione ha spiegato che il relativo decreto non deve essere generico, ma deve spiegare con precisione perché quel telefono è pertinente, cosa si cerca e in quale periodo.


Esattamente per queste elementari ragioni sarebbe stato il caso, come Il Tempo ha scritto in epoca non sospetta, di esaminare subito il cellulare di Sigfrido Ranucci, oltre che quello di Valter Lavitola. Quanto poi a quest’ultimo, è addirittura incredibilecheper36lunghissimigiorni,dallaperquisizione di inizio luglio fino al suo arresto, il faccendiere-ristoratore sia rimasto esente da misure cautelari.


Aveva in tasca biglietti aerei per l’Africa (ma non è stato ravvisato pericolo di fuga). Riceveva chiunque al suo ristorante, parlava con giornalisti, rilasciava interviste, diffondeva tesi e spifferi (ma non è stato ravvisato pericolo di inquinamento delle prove). Curioso, no? E ora, pensa un po’, a qualcuno sorge improvvisamente il dubbio che ci siano chat mancanti o incomplete nelle comunicazioni telefoniche tra Sigfrido e Valterino. Ma pensa...


Sempre noi, qui a Il Tempo, un mesetto fa, avevamo evidenziato per primi (pagine 116-117-118 dell’ordinanza) la surreale conversazione notturna tra i due, subito dopo la perquisizione di Lavitola, con la presunta vittima che collaborava alacremente a immaginare alibi per il presunto colpevole. Un episodio che da allora lascia perplessi anche i più accesisostenitori di Sigfrido. E allora, a pensarci bene, si capiscono meglio anche le stravaganti (e un pochino deliranti) ricostruzioni ranucciane dell’altra sera alla festa di Avs. A cosa poteva servire tratteggiare un complotto-polpettone interstellare con in mezzo Peter Thiel e il qui presente Capezzone, e poi Esperia più Alessandro Sallusti? A pensar male si fa peccato: ma qualcuno più malizioso di noi potrebbe sospettare che quella gran chiassata complottista potesse servire proprio a spargere una cortina fumogena. Fumo, fumo, e poi ancora fumo. Per nascondere l’arrosto, cioè qualche scomoda verità (un tempo...) nascosta nel telefonino. Ma magari ci sbagliamo noi, eh.