il commento
"Di che parliamo"? Il compito delicatissimo che attende la Rai
Di cosa stiamo parlando? No, non è un modo di dire: è una domanda precisa. Su quali temi è incentrata la nostra discussione pubblica?
Cito nell’ordine, anzi nel disordine, in questo finale di estate: ci sono i pasdaran di Report, asserragliati nel bunker, pronti all’assalto contro i «traditori»; c’è Valterino Lavitola che consegna ai magistrati due o tre versioni a settimana del suo scoppiettante rapporto con Sigfrido Ranucci (una alle cozze, una alle vongole, una ai ricci di mare); c’è la crisi isterica della sinistra per la vittoria di AfD (con annessa maledizione contro gli elettori che, non avendo votato a sinistra, sono diventati bifolchi pericolosi).
Ecco di cosa parliamo, ed ecco dunque il nostro dramma: il rischio di nuotare in una pozzanghera, senza un’idea di futuro, intontiti nelle polemicuzze, lontanissimi dal mettere a fuoco le questioni decisive.
Avete sentito un solo politico italiano parlare in modo costruttivo di intelligenza artificiale? Ricordate un grande approfondimento televisivo su questo tema?
Avete sentito uno straccio di idea (su qualunque argomento) da parte dell’opposizione, a parte i gargarismi sul fascismo che non c’è?
Il governo fa il possibile, ma deve a sua volta raccontarlo, spiegarlo, argomentarlo. La prossima legge di bilancio è un appuntamento decisivo, che non può essere affrontato con una logica da «zero a zero» calcistico. Il ceto medio attende risposte, e le elezioni si giocheranno su quel terreno, oltre che sulla sicurezza.
A proposito di sicurezza e immigrazione: anche lì l’esecutivo può vantare numeri ottimi, che però ha difficoltà a far conoscere.
E qui si torna al nostro «di che parliamo»? E, un attimo dopo, ai compiti in primo luogo della Rai.
Toccherebbe (e toccherà) al servizio pubblico animare una discussione pubblica corretta, equilibrata, polifonica sulle questioni essenziali.
Lo diciamo con doverosa chiarezza: ci attendiamo dalla Rai trasmissioni di approfondimento efficaci, dibattiti forti, un’offerta adeguata alle esigenze informative degli italiani nei prossimi mesi.
Da queste colonne, abbiamo anche suggerito, mentre altri (La 7) adottano lo schema del «tre contro uno», che la Rai scelga come metodo ordinario di dibattito l’«uno contro uno» (tra due politici, o due giornalisti, o in generale due commentatori): un sano e leale contraddittorio.
Ma sarebbe paradossale, mentre a sinistra si straparla di «TeleMeloni», dover assistere alle solite scorribande dei pasdaran rossi. Che piangono e poi colpiscono. Si lagnano ma occupano tutto. Frignano mentre i faretti delle telecamere li illuminano a giorno. Un’altra stagione così sarebbe insostenibile.