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Media adoranti, consiglieri e interlocutori privilegiati. Ecco la rete a cui guarda Conte
Gentile Elly Schlein, le scrivo da un giornale ostile, me ne rendo ben conto. Però la nostra è una inimicizia leale, legata alla politica e alle idee, nulla di personale. E quindi è con animo libero e sincero che le segnalo un trappolone in corso ai suoi danni. L’autore e insieme il beneficiario ultimo dell’operazione si chiama Giuseppe Conte, il quale attende la fine dell’estate per dirle in pubblico quello che già racconta a tutti in privato, quasi facendo le prove e convincendosi ogni giorno di più della bontà del copione: «Se il candidato del campo largo sarò io, allora gli elettori grillini ci saranno. Se invece sarai tu, cara Elly, gli elettori M5S non verranno, o almeno non verranno tutti».
E con questo argomento, che già espone nei suoi pranzi romani e pure nei suoi contatti internazionali, è convinto di chiudere la partita, perfezionando un’«opa ostile» che è già ampiamente in atto.
Non solo. Un po’ come in «Assassinio sull’Orient Express», dove erano tutti i passeggeri dello scompartimento a concorrere al delitto, anche qui, a vario titolo, come consiglieri o interlocutori o «amici» o «indipendenti», sono già vicine a Conte una serie di personalità che lei ben conosce, cara Elly.
Ecco Massimo D’Alema, a cui Conte piace per i comuni sentimenti filocinesi e per una complessiva collocazione geopolitica alternativa alla metà campo occidentale. Ecco Romano Prodi, pure lui filo -Pechino. Ma ciò che lo avvicina anche di più a Conte è il fatto che lei, Elly, non ha dato l’impressione di ascoltare l’uomo dell’Ulivo, mentre Conte, per antico allenamento con i professori più anziani, sa trattarlo meglio, o almeno dà quella sensazione.
Ecco Paolo Mieli, sempre più capace di unire furbizie levantine e aria ieratica da gran pontefice. È lui che, almeno una volta a settimana, va in tv a sostenere che lei, Elly, deve cedere il passo a Conte. Dopo di che Mieli la ricopre di complimenti, ma si capisce che ha in testa per lei una specie di Erasmus, un giro largo possibilmente lontano da Palazzo Chigi. Anche perché, se il centrosinistra dovesse vincere, è là che si deciderà tutto: il resto sarebbe contorno e periferia. Tradotto: non le farebbero toccare palla, al massimo qualche conferenza sulle discriminazioni intersezionali.
Ecco Goffredo Bettini, altro gran tessitore. Nelle uscite pubbliche, ostenta rispetto e simpatia sia per lei sia per Conte. Ma le sue mosse sono oggettivamente volte a intronare Conte (e a intortare lei), a partire dalla realizzazione di liste-satellite tipo quella di Onorato, che sono già in orbita contiana. Ecco poi la schiera degli aspiranti ministri del Pd, tutti con il vestito grigio già pronto nell’armadio.
Per loro il calcolo è presto fatto: se a Palazzo Chigi c’è la segretaria del Pd, i posti ministeriali saranno meno numerosi e meno pesanti. Con Conte premier, invece, potrebbero scattare più poltrone e di maggior prestigio per la delegazione piddina.
Senza dire della corsa al Colle per il 2029: con Conte a Chigi, una figura del Pd può già prenotare il Quirinale, e quindi, con rispetto parlando, cara Elly, non ci metteranno niente a scaricare lei.
Da ultimo, le tv e i grandi editori: in televisione Giuseppi è trattato in guanti bianchi, e girano voci (perfino in luoghi insospettabili) di blacklist compilate dai grillini («questo non lo vogliamo», «con quest’altro non parliamo», e via ponendo condizioni). Quanto ai cosiddetti «grandi giornali», lo amano, lo schermano, lo proteggono. È una grande storia d’amore.
Per tutte queste ragioni, noi che la combattiamo ma in fondo la rispettiamo molto più dei falsi amici, le diciamo: combatta, Elly. Non si faccia fregare. Delle due l’una: o impone la regola del centrodestra, quella per cui anche a sinistra la coalizione deve essere guidata dal capo del primo partito, oppure deve prepararsi a vincere le primarie. Mobiliti quel che resta della struttura del partito, più la Cgil e i capi e i capetti locali. Altrimenti Conte farà di lei una segretaria. Non nel senso di una segretaria di partito però: nel senso della sua (di lui) assistente personale. Non lo permetta. Cordialità.