CHIAMIAMOLI TERRORISTI

A Berlino il sospettato si chiamava Abdul, e non è stato il Suv. E quel "ma" del sindaco di Torino...

Daniele Capezzone

Un islamico tenta la strage al Gay Pride di Berlino? Subito, per istinto, alcuni giornali titolano: «Furgone sulla folla». Eh no: non è stato il Suv che si è guidato da solo. Il sospettato, poi freddato dalla polizia, era un islamico di nome Abdul. Purtroppo non si tratta di un inedito. Per anni, davanti ad altri terroristi islamici che usavano auto per travolgere persone innocenti, abbiamo dovuto leggere titoli analoghi. Altre volte sembrava che fosse stato il coltello a uccidere, mica chi lo impugnava.


Questo modo di esprimersi tradisce un modo di pensare. E questi slittamenti del focus dal soggetto (il terrorista) all’oggetto (l’arma) sono manifestazioni neanche troppo subliminali di una strategia della negazione. «Denial strategy», dicono gli anglosassoni: negare, non voler vedere, chiudere gli occhi, fare gli struzzi davanti a una realtà sgradita, sollevandoci dall’onere e dal dolore della comprensione.


Ma è questa negazione ossessiva che deve preoccuparci tanto quanto il terrorismo in sé: anche perché sia i registi che le comparse del terrore contano esattamente su questo, e cioè sul fatto che in Europa ci siano molti sonnambuli. Letteralmente, gente che cammina nel sonno: e che forse non è più in grado di svegliarsi. Altri sonnambuli li troviamo più vicino a noi. In Val di Susa si è verificato un caso clamoroso di attacco terroristico di massa, una guerriglia organizzata: nessun ferito tra gli incappucciati, ben 130 tra le forze dell’ordine.
Lasciamo da parte l’ex procuratore Caselli che parla di metodi parafascisti (ma perché? Sono estremisti di sinistra, e tutti farebbero bene ad accorgersene). La dichiarazione più surreale è stata quella del sindaco di Torino Lo Russo, che ha espresso una «condanna ferma e senza alcuna ambiguità» e però ha subito aggiunto un «ma». Ecco il seguito della nota: «Ma il diritto di manifestare e di esprimere dissenso è un valore fondamentale». Gentile Sindaco, che c’entra il diritto a manifestare? Lei e i suoi compagni riuscirete mai a esprimere una condanna senza farla seguire da un «ma»?