l'editoriale di capezzone

Basta censure sulla nostra inchiesta

Daniele Capezzone

E così adesso il nuovo gioco politico e mediatico (sottile, subliminale, fatto di sottintesi sapienti, di piccole allusioni, oltre che ovviamente di grossolane censure) è quello di farci credere che sia tutto normale: normali perfino 900 milioni di euro «spariti», di «extra margine», di «maxi profitto» sulle mascherine.
Dove siano finiti non sapremmo dirlo né tocca a noi scoprirlo: forse un mix diabolico. Spreco selvaggio del denaro dei cittadini? Arricchimento di mediatori spregiudicati? Finanziamento irregolare della politica? Accumulo di risorse rimaste magari - per la sicurezza di trafficoni e trafficanti - all’interno del sistema finanziario cinese? Mi pare possibile una combinazione di queste ipotesi.
Ma ecco il punto: chi con lo strumento della censura (specie in tv, con rarissime eccezioni che meritano un caloroso ringraziamento), chi attraverso un presunto e falso buonsenso («cosa vuoi? Si era in emergenza…»), chi per evidenti ragioni volte a proteggere la figura di Giuseppe Conte dalle sue oggettive responsabilità politiche, è scattato l’ordine di silenziare un’inchiesta, sia rispetto all’ottimo lavoro della Commissione parlamentare presieduta dal senatore Lisei sia rispetto all’indagine de Il Tempo.
Ora Conte verrà finalmente sentito in Commissione. Ma solo il 4 agosto, con il grosso dei talk televisivi spenti e gli italiani comprensibilmente in cerca di un po’ di mare e di vacanza. Qualche volpone pensa di cavarsela così: un po’ di aiuto dal «generale agosto» e il resto dell’assistenza dalle tv amiche (altro che «Tele Meloni»: formula che sa ormai di atroce barzelletta).

Tutti zitti, e non disturbate Giuseppi. «Non parlate al conducente», stava scritto sui bus di quando eravamo bambini. Ma noi non smetteremo. Anche perché non ci sembra una buona idea che a guidare di nuovo il «bus Italia» nel 2027 sia quel conducente. Che ha tante, troppe cose da spiegare politicamente. E noi non smetteremo di chiederle.