L'EDITORIALE DI CAPEZZONE
Lo scandalo più grande nella storia della Repubblica. Responsabilità politica di Conte, al di là di ogni aspetto penale
Le edizioni degli ultimi tre giorni de Il Tempo segnano oggettivamente un salto di quantità, e insieme di qualità, dell'inchiesta sulle mascherine. Lo scatto quantitativo è sotto gli occhi di tutti. Eravamo troppo concentrati sulla disputa relativa al prezzo finale di acquisto delle mascherine (eccessivamente alto, hanno perfettamente ragione i parlamentari di Fratelli d’Italia) e rischiavamo di perdere di vista l’altro elemento macroscopico, e cioè il costo (molto, molto inferiore) di effettiva realizzazione in Cina di quelle mascherine. Da quella differenza nasce un super-margine, un maxi-profitto che qualcuno si è evidentemente messo in tasca.
Altro che la già stellare e ingiustificabile commissione da 200 milioni di cui si sapeva: si può presumere un affare (per chi? per quali mediatori? per chi altro?) molto più grande.
Ieri mattina sul nostro giornale la coraggiosa deputata Alice Buonguerrieri ha aggiunto una vera e propria pistola fumante: era stata promossa una rogatoria esattamente per accertare quel costo, ma la risposta non è mai giunta. E, con ottima intuizione, la parlamentare di Fdi ha ipotizzato che l’ammontare delle Commissioni anomale potesse essere ancora maggiore, fino alla metà del valore del maxi appalto (600 milioni).
Sempre ieri Il Tempo vi ha spiegato in esclusiva come venissero gonfiate le fatture cinesi, senza che nessuno in Italia se ne sia voluto accorgere. Ecco: la notizia di oggi, ancora più enorme e clamorosa, è che ci siamo tutti sbagliati per difetto. Come vi spiega in dettaglio in queste pagine il nostro Edoardo Romagnoli, si può ritenere che il maxi profitto sia arrivato fino alla cifra-monstre di 900 milioni. È tutto vero: questa mattina raffrontiamo il prezzo pagato dalla struttura del Commissario Arcuri sia con il costo reale delle mascherine cinesi «buone» (se avessimo preso quelle) sia con quello delle mascherine cinesi non a norma (che invece abbiamo acquistato). Giudicate voi quello che viene fuori.
Capite bene che siamo di fronte a cifre pazzesche, che possono aver determinato arricchimenti e operazioni tanto opache quanto enormi.
Ma non c’è solo il salto di quantità: c’è anche un clamoroso salto di qualità nella nostra indagine giornalistica, che affianca l’ottimo lavoro dell’organismo parlamentare presieduto dal senatore Lisei. Che intendo dire? Qui non stiamo solo ricostruendo eventuali ruberie di chicchessia. Anche al di là delle eventuali responsabilità penali (di mediatori, manager, o perfino amministratori pubblici o politici) che non tocca a noi configurare, si pone un immenso tema di sudditanza verso la Cina del governo Conte, e una responsabilità politica piena del leader grillino. L’articolo 95 della Costituzione spiega a chiare lettere che «Il Presidente del Consiglio dei Ministri dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile». E mi pare difficile, per rilevanza sanitaria (le vite a rischio), geopolitica (gli acquisti dalla Cina), economica (la somma enorme in gioco), derubricare l’operazione a una sfera tecnico-amministrativa estranea alla responsabilità politica del premier.
Dunque, Conte farebbe bene a smettere di frignare. Ormai esiste una specie di «generatore automatico» di dichiarazioni di Conte: una lacrimuccia, qualche improperio verso Fratelli d’Italia, e una raffichetta di insulti contro «i giornali di Angelucci». Un repertorio patetico, inadeguato, debole. Faccia l’adulto, come si conviene a chi per due volte è stato capo del governo, e si assuma le sue responsabilità. Senza scaricabarile. Siamo davanti allo scandalo più grande nella storia della Repubblica. Sarà sempre più difficile censurarlo e nascondere la polvere sotto il tappeto.