L'EDITORIALE DI CAPEZZONE
Il Papa fa il Papa, ma la politica ha un altro compito. L’immigrazione (pure quella legale) va limitata. A sinistra non facciano i furbi
Non siamo (e nemmeno amiamo) quel tipo di liberali che pretenderebbero di spiegare alla Chiesa ciò che essa debba dire o fare. In una società basata sulla libertà - che lo spirito di Tocqueville ci protegga e ci illumini tutti! - è fondamentale assicurare ai singoli credenti e alle confessioni religiose la possibilità di dispiegare pienamente e liberamente la propria predicazione e la propria azione pastorale.
Meno che mai ci permetteremmo (celo vieterebbero il rispetto, il senso della misura e perfino un minimo di senso dell’autoironia) di formulare appunti sulle parole del Papa: l’Italia è già piena di laici aspiranti estensori di encicliche.
Il Papa fa il Papa, il suo messaggio va ascoltato e rispettato. E questo vale sempre: quando sia più vicino o più lontano dalla propria personale sensibilità. Altrimenti è il solito gioco da furbetti della sinistra: grandi applausi a Papa Leone sull’immigrazione o quando replica a Donald Trump, e invece fischi sonori se il Pontefice affronta i temi etici. Queste strumentalizzazioni da politicanti sono veramente avvilenti.
Pd e M5s finti tonti. Hanno la faccia come il Covid
— IL TEMPO (@tempoweb) July 5, 2026
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Il punto invece, e qui ci soccorre l’eterno Cavour, è ricordare il principio «libera Chiesa in libero Stato». Formula che non distingue solo la dimensione spirituale da quella temporale, ma illumina il diverso compito che investe i politici eletti dal popolo.
Sta a loro garantire la sicurezza dello Stato, far rispettare confini efrontiere, evitare che la cattiva gestione di un fenomeno, in questo caso dell’immigrazione, metta a rischio la convivenza di una comunità.
Oggi chiunque non viva su Marte sa che un’immensa maggioranza di cittadini non chiede solo distroncare l’immigrazione illegale (e il governo lo sta facendo benissimo, avendo dimezzato gli sbarchi), ma anche di comprimere entro numeri più bassi pure l’immigrazione legale. Se i numeri di chi arriva - anche legalmente - sono ragionevolmente bassi, può esserci integrazione e assorbimento nel mercato del lavoro. Se invece, come già accade da anni, i numeri sono troppo alti, l’effetto non è sostenibile: cambia il profilo delle nostre città, e le tensioni diventano inevitabili.
Per tutte queste ragioni, auspichiamo che a sinistra non si faccia uso politico delle parole del Papa e che anche la Conferenza episcopale italiana sia prudente e misurata. E che tutti leggano anche la parte del discorso di Prevost in cui auspica che tanti non siano più nella necessità o nella condizione di emigrare.
Troppe volte negli ultimi tempi si è avuta la sensazione che da parte di esponenti dell’attuale Cei le forme di attivismo politico si stiano via via allargando, casualmente sempre in direzione antigovernativa: e il terreno ultrasensibile per antonomasia è proprio quello dell’immigrazione, con oneri e costi (materiali, morali, e anche di sicurezza, visto quel che poi accade nelle nostre città) che ricadono inevitabilmente a carico dello Stato italiano.
E allora più di qualcosa non torna, ci pare.
Ps Mentre scrivo giunge il solito bollettino di guerra da Milano. Un 55enne è gravissimo dopo essere stato accoltellato alle spalle per venti volte con una lama di sette centimetri, mentre stava tranquillamente chiacchierando al bar. L’autore? Un 22enne di origini africane. Scommettiamo che si inizierà a parlare di problemi psichiatrici del criminale?