L'EDITORIALE DI CAPEZZONE
Trump ha torto marcio (la sinistra e l’Ue pure)
Ecosì anche Trump ce lo siamo giocato. Attenzione, La7 avrebbe dovuto farci ascoltare l’audio originale e non un doppiaggio. In una conversazione, il tono è tutto, e può mostrare la differenza tra una smargiassata (una cafonata sgradevole, insomma) e un’offesa sanguinosa. Anche perché è perlomeno distorsivo tradurre «to feel sorry» con «farmi pena». Ma – diciamocelo – dopo una giornata di lite rovente ormai il danno è fatto. In ogni caso nella serata di ieri lo stesso Trump, anziché spegnere il fuoco, lo ha riattizzato con una nuova polemica fiammeggiante.
Addirittura gira voce che Trump si fosse irritato perché nei giorni scorsi era diventato virale un video in cui Meloni gli parlava con aria assertiva (scherzando potremmo dire: «a dito armato»). E allora lui si sarebbe «vendicato» così. La realtà è che Trump è palesemente «andato»: ed è un gran peccato. Ormai ne azzecca una e ne sbaglia tre, e soprattutto – qualunque cosa faccia – aggiunge un tocco da zio matto, da personaggio bizzarro e inaffidabile.
La sgradevolezza (peraltro gratuita e inventata) contro Giorgia Meloni, che gli ha replicato in modo elegante e dignitoso, è il secondo disastro di questo weekend trumpiano, dopo il capolavoro negativo di avere vinto sul campo contro gli ayatollah salvo poi perdere a tavolino, realizzando un’intesa che rischia di regalare al regime iraniano un’altra generazione di tempo per opprimere il suo stesso popolo. E a Trump non è nemmeno bastato: ha anche aggiunto in omaggio quello che Il Tempo ha subito chiamato un «Pnrr» per gli ayatollah. Roba da pazzi.
Del resto, poche settimanefa, ci eravamo chiesti qui su Il Tempo, dove non siamo certo antitrumpiani: chi è, alla fine della fiera, quest’uomo? Finirà per rivelarsi un tragico bluff, cedendo ai propri istinti peggiori, pagando il conto di un evidente scarso amore peri princìpi? Chiamato a misurarsi, a Mosca-Pechino-Teheran, con uno spregiudicato prodotto del Kgb, con un tiranno ferocemente convinto dell’irresistibilità dell’egemonia cinese, e con un clero teocratico e violento, il rozzo businessman ci porterà alla dannazione, o comunque non sarà in grado di impedirla?
Oppure–speravamoall’inverso–solounGrande Irregolare come lui potrà salvare il salvabile, rispetto al declino occidentale? Avevo citato un’immagine suggestiva, quella del «gangster conservatism» (alla lettera: un conservatorismo da gangster): non un’offesa come poteva sembrare, ma l’ipotesi che l’eredità conservatrice, nell’era superpopulista, potesse essere tramandata solo attraverso leader immersi nello spirito del tempo, e dunque ruvidi, ineleganti, incapaci di predicare bene anche quando razzolano benissimo. Ma gli unici in grado di vincere.
Da questo weekend, la sensazione è che la prima ipotesi, la più pessimistica, sia purtroppo anche la più realistica. Ma attenzione. Questo non assolve affatto quelli che oggi urlano contro l’America. Penso alla sinistra italiana: i compagni non hanno alcun titolo per difendere i valori occidentali: gran parte di loro (da Conte in giù) stanno da un pezzo con Mosca-Pechino-Teheran.
Ma penso pure all’Ue. Trump ha tante colpe. E però non è colpa sua se l’Ue ha scelto il Green Deal e il Patto di Stabilità. Non è colpa sua se abbiamo scacciato le imprese big tech. Non è colpa sua se non abbiamo satelliti né protezione dei cieli. Non è colpa suaseci siamo disinteressati all’intelligenza artificiale. Non è colpa sua se la «migliore tecnologia» europea è il tappetto di plastica che resta attaccato alla bottiglia. Insomma, lui è stato pessimo in questo periodo. Ma non trasformiamolo nel caprone espiatorio delle colpe di Bruxelles e del vecchio continente.