COME IMPOSTARE LA QUESTIONE

Al di là del Vannacci sì e del Vannacci no

Daniele Capezzone

No, questo non è un editoriale che pretende (ci mancherebbe altro) di dire al centrodestra e a Roberto Vannacci cosa debbano reciprocamente fare. Anche perché, dopo il primo trauma della fuoriuscita dalla Lega, se continuassero da parte vannacciana sia i voti in Parlamento contro il governo, sia le polemiche quotidiane, sia il «ratto» di deputati e senatori (nessuno dei quali peraltro fa una bella figura ad andarsene così), ogni eventuale possibilità di dialogo nascerebbe già morta. E per responsabilità integrale di Futuro Nazionale, non certo di altri.


A me invece importano due questioni di principio. La prima è il solito doppio standard della sinistra e del suo apparato mediatico: da quella parte si preparano ad accogliere e a raccogliere di tutto, dai centri sociali fino a Renzi, dall’estrema sinistra all’estremo centro, e nessuno solleva obiezioni. Ma quando gli stessi analisti spostano la loro attenzione sul lato destro, allora improvvisamente diventano severi e pretendono di fare l’analisi del sangue a chiunque sia anche solo sospettabile di interlocuzione con il centrodestra. Questo doppiopesismo è francamente ridicolo.


La seconda questione riguarda una mia antica fissazione teorica, che riguarda tutti i principali paesi dell’Occidente avanzato. E – udite udite – proprio l’Italia potrebbe rappresentare un riferimento e un modello. Si tratta del tema di unire le destre (declinate al plurale), evitando che le divisioni tra i partiti alternativi alla sinistra producano un doppio obiettivo assai poco desiderabile: per un verso far vincere gli avversari, e per altro verso lasciare che alcune componenti di destra, pur elettoralmente consistenti, siano emarginate e costrette all’irrilevanza istituzionale.
Dirlo rispetto ad alcuni grandi Paesi occidentali sembra purtroppo pura utopia oggi. In questo momento, nel Regno Unito, la formazione di Nigel Farage (che giganteggia nei sondaggi) è vista dai Conservatori come una vera e propria minaccia all’esistenza stessa dei Tories.


Altrettanto complicato è il caso francese, dove pare difficilissima la compatibilità tra il partito più forte a destra, quello di Marine Le Pen e Jordan Bardella, con i Republicains (eredi dei gollisti), per non dire della corsa solitaria e in ultima analisi inconcludente di Éric Zemmour, mentre Marion Maréchal Le Pen, con intelligenza politica, insiste da tempo sull’opportunità di una coalizione tra destre diverse.
In Germania tutto pare addirittura impossibile, con la Cdu che vede come il fumo negli occhi l’ascesa alla propria destra di AfD: ascesa – questa è la mia previsione – che continuerà ancora.
Ecco: dove sta scritto che, per una sorta di incantesimo o di maledizione, queste forze debbano per forza combattersi tra loro, facendo la felicità delle sinistre? In fondo ciò che le divide è assai meno rispetto a ciò che le differenzia dai nemici.

Certo, poi contano molto i diversi sistemi elettorali e istituzionali: ma la volontà politica, se c’è, può essere più forte delle tecnicalità. Una strada per risolvere il problema (in assenza del modello americano che impone di stare insieme in un partito) – è quella italiana, attraverso una coalizione tra forze distinte ma alleate. Può capitare che a guidare sia un soggetto diverso in ogni ciclo politico: è successo a lungo con Silvio Berlusconi, poi con Matteo Salvini, ora con Giorgia Meloni. Il che – non nascondiamocelo – impone comunque un prezzo alle forze che, in una legislatura, si ritrovano nella parte di alleato medio o più piccolo. Ma tutti hanno sempre accettato con ragionevolezza e lealtà di interpretare – volta per volta – il ruolo assegnato a ciascuno dagli elettori.


C’è da augurarsi che questo schema (la coalizione tra partiti di centrodestra) sia presto esportato anche a Londra, a Berlino, a Parigi. Viviamo in un tempo in cui gli elettori alternativi alla sinistra sono in genere in maggioranza: occorre trovare formule politiche capaci di fotografare questa evidenza, e contemporaneamente tali da favorire una competizione di idee che non sfoci nello scontro e nella divisione interna. L’Italia ha qualcosa da insegnare al riguardo.


Dopo di che, tornando agli Usa, andrebbe recuperata la lezione di un uomo geniale e visionario come William Buckley jr., il fondatore di “National Review”, che negli anni Cinquanta del secolo scorso parlò di «fusionismo»: non si tratta di annullare o annacquare alcunché, né di mescolare ingredienti in modo confuso, ma di far convivere culture diverse (destra identitaria, destra nazionale, destra libertaria, destra religiosa, destra laica, ecc.) unite su un’agenda elettorale essenziale e poi naturalmente e felicemente differenti su tutto il resto.


Allora si trattava di essere “contro Stalin e per il mercato”. Oggi si tratta – mutatis mutandis – di essere “contro le potenze autoritarie e per la libertà”. Fissando cioè un perimetro minimo accettato da tutti, poi si può garantire pieno diritto di cittadinanza a tutte le culture non solo attraverso i partiti, ma grazie al contributo di circoli, riviste, associazioni, giornali, think-tank. Discutere in questi termini aiuterebbe. Poi – laicamente – si potrebbe constatare l’esistenza o l’inesistenza delle condizioni politiche per allearsi con chiunque, Vannacci o altri.


Ps Nell’attuale centrodestra manca (anche minoritaria) una componente liberal-libertaria, pro crescita, pro individuo, pro libertà, pro mercato. A mio avviso, per affrontare il tempo nuovo in cui siamo immersi, non bastano destra sociale, protezione e spinte neocentriste. L’ho già detto altre volte? Sì, ma lo ripeto molto volentieri. I tre partiti esistenti farebbero bene a non sottovalutare questa esigenza e a interpretarla, preferibilmente al loro interno.