l'editoriale di capezzone
Il racconto politicamente ("immigrazionisticamente" e "islamicamente") corretto. Come se gli italiani fossero sotto anestesia
Essere buoni profeti in Italia è facile: basta prevedere il peggio. Ieri l’editoriale de Il Tempo metteva in guardia dal tentativo che già si intravvedeva di «spersonalizzare» l’attentato di Modena. E infatti, con tre o quattro meritorie eccezioni, quasi tutti i giornali hanno aperto con l’incredibile titolo «Auto sulla folla», come se la vettura si fosse guidata da sola, tipo le «macchine ribelli» di Terminator.
Se non stessimo parlando di una tragedia, ci sarebbe perfino da sorridere davanti a questo tentativo di praticarci un’anestesia totale.
Ora - a questo stadio delle indagini - noi non possiamo sapere se l’uomo di origine marocchina fosse un terrorista e per di più islamico, quindi dotato o no di motivazioni religiose. Ma anche un bambino vede che quel criminale ha agito come se lo fosse, con lo stesso modus operandi, con la stessa «estetica». Che lo abbia fatto per ragioni di radicalizzazione o per follia individuale, ce lo dirà l’inchiesta: ma intanto lo ha fatto e lo ha fatto esattamente così.
Tra l’altro, a chi tira in ballo lo squilibrio mentale, c’è da porre una domanda semplice semplice: perché gli squilibrati cristiani o indù o ebrei o buddisti non agiscono in questo modo?
E invece no: c’è chi vuole trattare gli italiani da bimbi a cui si può raccontare qualunque favoletta. E infatti come si sono regolate le redazioni politicamente (ma pure «immigrazionisticamente» e «islamicamente») corrette? Hanno neutralizzato e spersonalizzato tutto («auto sulla folla», ecc), poi l’hanno buttata sul disagio mentale, e infine si sono dedicate all’eroismo (vero) di chi è intervenuto per fermare il delinquente. Ma sul resto hanno glissato.
Ovviamente l’operazione non funzionerà. Perché le persone normali, il cui cervello non sia in ammollo nel brodo woke, comprendono bene che a questo racconto manca un pezzo. Magari il tipo non è né islamico né radicalizzato, ma ha agito come un islamico radicalizzato, per lo meno emulandone le modalità.
Nel curioso «algoritmo» politicamente corretto, davanti a una strage l’albero delle ipotesi è presto fatto. Se lo stragista ha un profilo non «utile» al racconto, allora bisogna dire che è un «folle», un «malato». Immaginate se invece fosse stato un estremista di destra. O, andando indietro di pochi giorni, ricordatevi il trattamento riservato a Eithan Bondì, il ragazzo (da punire severamente, sia chiaro) che ha sparato a pallini il 25 aprile. Lì si è immediatamente insistito sul suo essere ebreo, si è alimentata per giorni un’analisi «ambientale» e «culturale»: nessun disagio mentale, in quel caso.
Vedete la differenza? Nel primo caso, bisogna sostenere che l’uomo non era lucido; nel secondo caso, invece, la persona diventa magicamente lucidissima. E ancora: nel primo caso, bisogna puntare sull’oggetto (l’auto, il veicolo), mentre nel secondo caso si può (si deve!) soggettivizzare al massimo. Due pesi, due misure. Non facciamoci anestetizzare, per favore.