il commento

Obbligatorietà dell'azione penale. Signori magistrati che fine ha fatto?

Daniele Capezzone

«Siete saponette mancate». «Hitler ha fatto male a non finire il lavoro». Sono due frasi che sono state pronunciate lo scorso 25 aprile, a Milano, all’indirizzo dei manifestanti che portavano le bandiere della Brigata Ebraica. Non solo: quelle frasi hanno avuto vasta eco su giornali e tv, integrando così la fattispecie - direbbero i giuristi - del «fatto notorio». Cioè tutti sanno che quelle parole sono state effettivamente dette in luogo pubblico, a precisi destinatari, e con intenzioni chiarissime, senza possibilità di equivoco. E allora - ecco il punto - che si fa? 

Mi tocca citare un principio che non amo affatto, ma che esiste nel nostro ordinamento giuridico, e dunque andrebbe rispettato. Anzi, i magistrati lo difendono strenuamente: e asseriscono (a mio avviso sbagliando, ma questo sarebbe oggetto di un altro dibattito) che quel cardine non possa essere toccato. Mi riferisco al criterio dell’obbligatorietà dell’azione penale, in forza del quale l’esercizio dell’azione penale da parte della magistratura dovrebbe essere - appunto - obbligatorio e non discrezionale.

E tuttavia constato una strana intermittenza nell’applicazione di questo principio. Mi spiego. Esistono norme nel diritto italiano che - per ragioni liberali di fondo - non sono teoricamente le mie preferite, e mi riferisco alla Legge Mancino, dal nome del ministro che ne fu allora proponente: norme che puniscono frasi, azioni, slogan, perfino gesti, volti a incitare all’odio, alla violenza, alla discriminazione su basi razziali, religiose o etniche. Per antica convinzione, non amo i «reati di opinione», anche quando si riferiscono a parole o espressioni orrende. Ma quelle norme ci sono. Ecco, mi chiedo: come mai, dinanzi alle plateali violazioni delle prescrizioni della Legge Mancino (in primo luogo contro gli ebrei e le comunità ebraiche, com’è avvenuto sabato a Milano, e come ha osservato giustamente Davide Romano, direttore del Museo della Brigata Ebraica), è così rara l’applicazione di quelle norme? Che aspettano i magistrati a contestare le parole pronunciate sabato in piazza a Milano?

Può sorgere il dubbio che, anche in un passato recente, ci fosse più sensibilità in alcuni (anche in sede culturale e giudiziaria) quando si dava per scontato che la bestia antisemita potesse in futuro ripresentarsi solo e nuovamente «da destra», e che magari - sicuramente in buona fede, non voglio ipotizzare diversamente - ci sia minore sensibilità se quella stessa bestia si ripresenta altrove, cioè da sinistra o magari da parte dell’estremismo islamista. Ma questo - lo comprendete bene - crea un problema di fondo. Che facciamo? Dosiamo l’intervento in questa materia, la severità o il suo contrario, in base a valutazioni discrezionali? O ci muoviamo non in base all’analisi oggettiva dei comportamenti ma all’analisi soggettiva di chi ne sia l’autore? In questo caso, saremmo fatalmente su un terreno sdrucciolevole: e su un terreno sdrucciolevole, per cadere rovinosamente, basta un attimo. Se ne può parlare oppure non bisogna disturbare gli antisemiti travestiti da Pro Pal o da resistenti antifascisti fuori tempo?