il commento del vice-direttore

Rapporto deficit/Pil, il “decimale” e quel Patto Ue senza più senso

Alessio Gallicola

C’è un numero minuscolo, quasi invisibile, che però pesa come un macigno sulla traiettoria economica del Paese: 3,1%. Un decimale sopra la soglia, un soffio oltre il limite fissato dalle regole europee. E tanto basta perché l’Italia resti dentro la procedura per deficit eccessivo. Non è solo una questione tecnica. È politica economica allo stato puro. Si potrebbe pensare che uno 0,1% sia irrilevante. Non lo è affatto. Nella logica del Patto di stabilità dell’Unione Europea, il 3% non è una semplice indicazione, è una linea di confine netta. Sopra, sei sotto osservazione. Sotto, sei formalmente in regola. Il risultato è un paradosso tipicamente europeo: una differenza minima nei numeri produce una differenza massima nelle conseguenze. L’Italia, pur essendo sostanzialmente in linea col percorso di rientro, resta vincolata a una disciplina più rigida.

 

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Il dato non arriva dal nulla. È il prodotto di una stratificazione di scelte e condizioni: crescita economica debole; eredità pesante di misure passate (il Superbonus); struttura della spesa pubblica rigida; contesto internazionale incerto che limita il margine di manovra. Restare dentro la procedura significa una cosa molto concreta: meno libertà di spesa. Ogni scelta di bilancio deve essere compatibile con un percorso di rientro vigilato. E qui emerge il nodo politico più rilevante. Se le regole restassero quelle attuali, e se il rientro dovesse essere rapido e credibile, il governo italiano si troverebbe davanti a una scelta obbligata: una nuova manovra finanziaria rigorosa, non espansiva, ma restrittiva. Una manovra di questo tipo si traduce in effetti concreti: minori investimenti pubblici, pressione fiscale più alta, tagli o rallentamenti nella spesa, impatto su consumi e fiducia. In altre parole, un freno. E qui il discorso si sposta dal piano nazionale a quello europeo.

 

 

Con l’Italia ancora formalmente sotto procedura, diventa più pressante una domanda: ha senso applicare rigidamente il Patto di stabilità in questa fase? Il rischio è evidente. Senza una sospensione o una reinterpretazione delle regole, i governi sono costretti a politiche restrittive, la crescita resta compressa, il rapporto debito/Pil migliora più lentamente. È un circolo che si autoalimenta. Se l’Unione Europea non allenta i vincoli, l’Italia dovrà stringere i conti e inevitabilmente comprimere la dinamica economica interna. Non è una questione ideologica, è un fatto aritmetico. E allora il tema non è più solo «rispettare le regole», ma chiedersi se quelle regole, in questo contesto, producano stabilità o la mettano a rischio. Il 3,1% è un punto di snodo. Da un lato, la disciplina fiscale europea. Dall’altro, la necessità di sostenere un’economia fragile. Nel mezzo, un Paese che rischia di dover scegliere tra rigore e crescita. E tutto questo per un decimale.