l'editoriale di capezzone
Il governo diffidi dell’applauso dei nemici
Considero Giorgia Meloni l’unico argine possibile, coni suoi alleati, rispetto a due scenari nefasti per l’Italia, e dei quali Il Tempo parla da epoca non sospetta, e cioè da ben prima del voto referendario. Primo scenario: un pareggio-palude nel 2027, con il ritorno a una stagione semitecnica. Secondo scenario, ancora più devastante: vittoria piena dello schieramento di centrosinistra.
Giorgia Meloni è l’antidoto di cui disponiamo contro questi eventi catastrofici. Dunque, auguro il meglio a lei e al suo partito.
Per le stesse ragioni, auguro il meglio a Matteo Salvini: la sua Lega deve tornare più forte, deve occupare uno spazio decisivo, in primo luogo in quel Nord che ha rappresentato un’autentica roccaforte anche in occasione del recente rovescio referendario. E allo stesso modo auguro il meglio a Antonio Tajani e a una Forza Italia che ha a sua volta bisogno di tonificarsi e di intercettare elettori che per varie ragioni non voterebbero FdI e Lega.
Ciò detto, non riesco a nascondere la mia preoccupazione per gli eventi dell’ultimo periodo. Donald Trump è certamente un tipaccio, un soggetto difficile da maneggiare, una lama senza manico: come la tocchi, ti tagli.
Due leader conservatori (in Canada e in Australia) hanno perso le elezioni anche a causa delle sue esternazioni: trovate tutto in un mio libro di qualche mese fa.
E tuttavia tremo quando vedo e sento gli applausi della sinistra davanti alla crisi Trump-Meloni. Tremo quando vedo esento l’apparente e momentaneo consenso verso il governo da parte dei nemici, di quelli che non voteranno mai né Meloni né Salvini né Tajani, ma che hanno solo il desiderio di privare il governo della sua narrazione, di convincere l’opinione pubblica del fatto che già da prima le ricette giuste – figurarsi – fossero le loro, quelle del team Conte-Schlein-Bonelli-Fratoianni.
Ma stiamo scherzando? Diversi loro parlamentari si facevano i selfie con Hannoun, occhieggiavano ad Hamas, stavano in luoghi infrequentabili e con compagnie impresentabili. E anche i «migliori» di loro hanno passato intere stagioni aspezzarsi la schiena per gli inchini che facevano a Parigi e a Bruxelles, accettando in Europa regole anticrescita, e inseguendo collocazioni geopolitiche ambigue e anti-occidentali. E sarebbero costoro quelli da cui farsi consegnare le pagelle?
Stiamo bene attenti. Nella politica il «racconto» è qualcosa di potente. Gli altri adesso ce l’hanno: la riscossa della sinistra, la chiamata in piazza per la pace (sono già pronti per maggio, immaginatevi con quali slogan), la controstoria di una destra che avrebbe sbagliato tutto. Non dobbiamo assolutamente concedere spazio a questo tipo di versione. Il governo ha tutto il diritto (e in qualche caso l’interesse politico) di replicare a Trump a muso duro: anche perché Trump se le va a cercare. Ma occorre farlo salvaguardando l’integrità del proprio racconto, la bontà delle cose fatte, e la propria assoluta alterità rispetto agli avversari. È questione letteralmente vitale.
Ps Pro memoria. I comunisti applaudirono Craxi a Sigonella. Poi lo perseguitarono.