L’ASSEDIO AL GOVERNO

È l'ora del contrattacco al sistema rosso di disinformazione

Francesco Storace

No, non può piacere il clima d’assedio verso il governo da parte dell’80 per cento dell’informazione. È insostenibile persino la favola di TeleMeloni: la Rai si limita a gestire con equilibrio il ruolo del servizio pubblico e semmai ricomincia ad emergere la consueta arroganza di certa sinistra: è stato clamoroso ed insolente quell’invito - e pure abbastanza minaccioso - rivolto a Porta a Porta dall’on. Provenzano del Pd a Bruno Vespa ad accomodarsi a destra nello studio. Vespa è un professionista riconosciuto da tutti e certo non si può far dare lezioni di pluralismo da un capataz del Nazareno che oggi c’è e domani chissà.


Ma l’assedio rimane, il governo è visto come un nemico da giornali e tv schierati e basterebbe richiamare le differenze col tempo di Draghi e quello di Conte: altro che vittimismo dalla Meloni, a cui rimproverano praticamente tutto. E senza motivo.
Perché i fattori di crisi internazionale non aiutano certo i governi e nonostante questo oggi la voce dell’Italia è tra le più ascoltate. Ma i columnist non se ne accorgono e anzi gareggiano per chi infanga di più. Certo, alla Meloni non capiterà mai di essere applaudita dai giornalisti alla conferenza stampa di fine anno come accadde a Mario Draghi; e nemmeno di godere del silenzio di stampa di fronte alle misure illiberali assunte in solitaria da Giuseppe Conte al tempo del governo dei Dpcm.
Per lei basta un selfie per scatenare il linciaggio.


Su Conte si dice: ma c’era la pandemia. Vero, invece le guerre in corso da anni sono una passeggiata di salute per le popolazioni di tutti i paesi, con le impennate che provocano sui prezzi e il dirottamento dovuto di spese per la difesa?
Il governo di Conte decideva ogni genere di chiusura di attività, incideva sulle libertà personali, stabiliva persino le modalità di spostamento, anche durante Anno In cui si svolgeranno le prossime elezioni politiche le feste comandate, con i media che si concentravano su come «spiegare le regole» senza mai riflessioni critiche sulle scelte adottate. A Giorgia Meloni e ai suoi ministri si rimprovera invece ogni decisione presa in economia, sui migranti, sulla politica internazionale.


Il ruolo dei media è sempre di forte critica e di contestazione senza contraddittorio. Lasciamo stare il governo Draghi, che aveva all’opposizione proprio la Meloni e basta; la salivazione di stampa raggiunse toni elevatissimi, in lui si vedeva il condottiero che ci avrebbe catapultato fuori dalla crisi. Ovviamente, nessuna autocritica dopo il fallimento di un ennesimo modello di governo tecnico utile solo al prestigio di chi lo guidava. Ma vale la pena di raffrontare la postura differente su Conte e Meloni.  Se la premier in carica convocasse dirette televisive modello Conte; se si permettesse richiami all’unità non in Parlamento ma a reti unificate; se uscisse insomma dal campo dei social, si griderebbe allo scandalo.


Invece, per il governo di sinistra presieduto dal leader pentastellato tutto era concesso. Appena parla la Meloni, subito la parola all’opposizione, anzi alle opposizioni perché lì non si sa chi comanda. E non solo per la sfida Conte Schlein, ma anche perché se senti Bonelli poi devi ascoltare Fratoianni: unico partito con due capi. Di fronte a tutto questo il centrodestra deve attrezzarsi a reagire anche sul modello comunicativo. Va abbattuto il muro che nega diritto di cittadinanza alle politiche di governo. E, visti i precedenti, figuriamoci che cosa succederebbe con questi contestatori a Palazzo Chigi. Pericolo, l’allarme c’è. E guai a sottovalutarlo. Se si vogliono vincere le prossime elezioni politiche la controffensiva deve essere decisa e immediata. Senza paura.