IL COMMENTO

Mezz’ora per tentare di sporcare decenni di onesta militanza politica

Francesco Storace

Decenni di militanza politica, l’elezione al Parlamento, l’arrivo al governo dell’Italia, poi basta una mezz’ora a cena per vederti infilata in una specie di trama mafiosa di cui non sai nulla. Perché non hai commesso nulla. Ma per certo «giornalismo» è sufficiente. Microfono e telecamere in faccia, «non poteva non sapere». Parliamo di Paola Frassinetti, parlamentare di FdI e sottosegretario all’istruzione, alla ribalta della cronaca per trenta minuti di incontro in un ristorante con un tizio che le voleva parlare a tutti i costi: senza averne il numero di telefono, senza che si fossero mai visti prima, ma solo grazie alla cortesia della segretaria dell’onorevole «se proprio ci tiene ci raggiunga al ristorante». Il tizio si chiama Gioacchino Amico, sospettato di agganci mafiosi che nessuno poteva conoscere tranne i suoi compari e gli inquirenti. Arriva alle 23 di quella maledetta sera e si ferma una mezzoretta. A tavola non sta da solo con la Frassinetti, ma c’è un’altra parlamentare e alcune assistenti. Lui, che in futuro si «pentirà», non sa di essere seguito dai carabinieri. In testa ha la voglia di fare il sindaco di un paese nel milanese e di visitare la Camera...


Ma a cena, se si può definire così una presenza di trenta minuti in un ristorante nei pressi della Camera, dove si attovagliano spesso anche deputati e senatori di Pd e Cinquestelle, non ottiene nulla, se mai ne ha parlato in quel brevissimo lasso di tempo. Frassinetti non lo vide mai più dopo quella volta, né a qualcuno venne in mente la bizzarra idea di candidarlo in qualche elezione. Eppure, tutto questo è sufficiente alla compagnia di giro della sinistra mediatica a soffiare sul fuoco per mettere in mezzo una donna onesta. Operazione come quella tentata con la premier per un selfie con lo stesso soggetto. È lui che tenta di accreditarsi, ma nessuno gli dà retta. Eppure è sufficiente per mettere sotto torchio chi ha la sventura di incontrarlo senza sapere che cosa vuole né quali precedenti penali abbia. La Frassinetti, nella prossima cena che avrà, dovrà chiedere ai suoi commensali di squadernare documenti e certificati dei carichi pendenti? Sennò non si arriva neppure all’antipasto.


E comunque, se capiti nelle fauci di un cronista di Report o FanPage, di Repubblica o del Fatto, è scontato che «non potevi non sapere». Un teorema giudiziario sempre buono per imbastire quello giornalistico. A casaccio. Per carità, nessuno arriva a scrivere o a dire che «Frassinetti o Meloni sono coinvolte con la mafia», ma si punta ad insinuare con le solite domande inquisitorie. «Ma come è possibile che questa persona frequentasse ambienti politici?». La conseguenza è ovvia, magari sapevano, i politici, chi fosse davvero Gioacchino Amico...E poi, «vuoi che non ci siano stati rapporti più strutturati...».


Così si fabbrica la linea per distruggere, o tentare di farlo, la reputazione di persone perbene. Chiacchiere, le solite. Perché di Giorgia Meloni la reazione, sacrosanta, sta nella denuncia sul tentativo di gettare fango su di lei. La premier ha decine di migliaia di foto in cui è ritratta con persone che non conosce e che in fondo le chiedono solo un selfie. Dovrebbe dire no, per carità? Anche se in misura minore, vale pure per Paola Frassinetti. Non si può conoscere a menadito il «chi è» di ogni persona che si incontra a pranzo o a cena e ciò vale proprio se non ci si incontra a tu per tu. Ed è talmente una bufala che non ci sono indagati tra i soggetti politici tirati in ballo. La fissazione è tutta giornalistica, il mirino puntato sempre a destra, bisogna per forza cercare qualcosa, anche se fasulla. È solo rumore. Fastidioso.