L'editoriale

Idee per crescere. Cestinare il Patto di stabilità Ue

Daniele Capezzone

Ha fatto non bene ma benissimo il ministro Giancarlo Giorgetti, nelle scorse ore, a lasciar cadere un accenno al tema che sto per articolare. Qui si auspica che quel segnale diventi un’iniziativa italiana vincente in Ue, esattamente com’è accaduto sull’immigrazione e sull’elenco dei Paesi sicuri (africani e asiatici) dove si potranno finalmente effettuare più rimpatri. Di che si tratta stavolta? In qualunque momento finisca la guerra, c’è un catafalco Ue che andrebbe smontato al più presto. Anzi due, considerando il famigerato Green Deal di cui abbiamo già parlato. Mi riferisco al gabbione chiamato «Patto di stabilità e crescita», anche se nessuno al mondo ha capito cosa c’entri con quella camicia di forza il concetto di «crescita». 


La realtà continua a bussare alle porte dell’Europa, ma Bruxelles – con cieca ostinazione – non risponde e non apre. Viviamo in un Continente appesantito da un welfare costoso e collassante, segnato da una demografia non florida, intrappolato nella stagnazione economica o comunque in una situazione di crescita stentata. Più tutte le incognite che ben conosciamo: la guerra, con tutto ciò che essa comporta in termini di sfiducia e paura di cittadini e imprese.  Un quadro del genere richiederebbe, come risposta politica, una intelligente propensione alla flessibilità, e uno sforzo generale per creare un ambiente economico entrepreneur-friendly, a tassazione e regolamentazione più ridotte, per incoraggiare e sostenere gli attori del mercato. E invece che si è fatto dalle parti di Bruxelles? Ci si è infilati (e si vorrebbe rimanere) nel nuovo supercarcere del Patto di stabilità «riformato».


È il pessimismo purtroppo a dominare queste mie righe, a causa delle regole non intelligenti che sono ora in vigore: il cosiddetto «nuovo» Patto di stabilità assomiglia a un trappolone concepito per tenere insieme l’ormai tradizionale propensione dell’Ue a produrre stagnazione (anziché crescita) e l’attitudine delle burocrazie bruxellesi all’arbitrio, alla discrezionalità, alla trattativa opaca, alla provocazione contro i governi non percepiti come «amici».
Il cuore dell’intesa lo conoscete. L’Ue preparerà per ogni Paese un’ipotesi detta di «aggiustamento» spalmata su 4 anni. A quel punto, il Paese dovrà presentare delle controdeduzioni, e alla fine si arriverà all’adozione di un «percorso» allungabile fino a 7 anni nel caso in cui il Paese faccia il bravo e accetti di fare alcune mitiche «riforme». Per giunta, resta facilissimo l’innesco di una procedura per deficit o debito eccessivi. Resta appunto da capire – come accennavo prima – con quale coraggio si continui a usare la parola «crescita» accanto a «stabilità»: semmai, questa è un’autostrada verso la stagnazione o proprio verso la recessione. 


In ogni caso, da mesi ci si dice (era questo il mantra di Paolo Gentiloni, uno degli artefici della «riforma») che la «grande novità» sarebbe l’idea di trattare a livello bilaterale tra Bruxelles e il singolo Stato. Ma si tratta della versione 2.0, cioè di un mero aggiornamento, di ciò che de facto già avviene da anni e che non ci è mai piaciuto: una trattativa estenuante, caso per caso, anno per anno, con i commissari Ue nei panni degli esaminatori e i governi nei panni degli scolari. Inutile far finta che non sia così: questo sistema continuerà a portare con sé enormi rischi di discrezionalità e arbitrarietà. A un governo «gradito» si praticherà un trattamento, mentre a uno «sgradito» – con ogni probabilità – sarà riservato un trattamento diverso. In un contesto del genere, il Patto di stabilità andrebbe archiviato, anzi cestinato, insieme al suo catastrofico «parente» chiamato Green Deal. Cos’altro deve accadere per svegliarsi e voltare pagina? Se vogliamo dare sollievo a famiglie e imprese su energia e bollette, e soprattutto se vogliamo disporre di un margine consistente per tagliare le tasse, occorre passare da qui.