IL COMMENTO
La discriminazione etnica della sinistra «antifascista»
L’antifascismo non dovrebbe essere un tema da urlare nelle piazze per qualche applauso. Il dovere di ricordare l’orrore nazifascista è un pilastro della nostra identità democratica. Le cicatrici lasciate sul territorio nazionale tra il 1943 e il 1945 sono ferite che ancora bruciano, segnate da eccidi che hanno decapitato intere comunità. Quando pronunciamo nomi come Sant'Anna di Stazzema o Marzabotto, evochiamo l'abisso. I numeri parlano di una ferocia sistematica e agghiacciante: a Marzabotto 770 vittime, a Sant'Anna di Stazzema 560, alle Fosse Ardeatine 335. Complessivamente, si stima che le vittime civili delle stragi nazifasciste in Italia siano intorno alle 15.000, a cui si aggiungono decine di migliaia di partigiani e deportati. È sacrosanto che l’antifascismo ricordi "religiosamente" questi martiri. Tuttavia, tutta questa sensibilità etica suona fasulla se si ferma ai confini nazionali e alle simpatie ideologiche. Ciò che tanti antifascisti non capiscono, è la gravità del dramma che sta vivendo il popolo iraniano. In soli due giorni di gennaio, la repressione in Iran ha toccato vette inaudite: 32.000 persone uccise. Una cifra che, da sola, supera il totale dei civili trucidati in tutte le stragi nazifasciste avvenute in Italia durante l'occupazione. I media principali invece, hanno preferito focalizzarsi (in modo sproporzionato, per spazio concesso) sulla strage delle 170 studentesse dellascuolafemminile di Minab, perché causata dalle forze statunitensi. E così quell’orribile massacro di 32.000 civili per mano del regime degli ayatollah è scivolato in secondo piano, come fosse un rumore di fondo.
Così facendo, la stampa mainstream e le leadership dei partiti di sinistra hanno applicato una vera e propria discriminazione etnica. Per non parlare della loro “distrazione” pluridecennale verso le torture medievali e le impiccagioni pubbliche che hanno martoriato quel Paese. Chi si professa antifascista dovrebbe essere il primo a riconoscerei tratti del totalitarismo, ovunque essi si manifestino. C’è una grossa contraddizione dunque in chi celebra la Liberazione italiana dal nazifascismo, ma resta in silenzio di fronte a un popolo che sta subendo un destino più atroce del nostro.
La sofferenza non ha colore politico, e i civili iraniani ammazzati non sono "meno morti" dei nostri martiri del '44. In vista del 25 Aprile, la domanda sorge spontanea: la libertà è un diritto universale o un privilegio geografico? Se grazie agli Alleati festeggiamo la fine dell'oppressione, dovremmo chiederci se anche il popolo iraniano non meriti una propria "Liberazione", una rottura delle catene che gli permetta di uscire dall'oscurità del terrore quotidiano che dura ormai da 47 anni. Essere antifascisti oggi vuol dire nonessereindifferenti.Significacapire che il grido di Teheran è lo stesso che saliva dalle valli partigiane, e che negare attenzione a quelle 32.000 vittime è un insulto alla memoria stessa che si dichiara di voler proteggere.