il commento
Referendum, le due uniche vere ragioni e perché all’Italia conviene il Sì. Anche a sinistra
I toni si sono calmati e siamo all'ultima settimana. C'è la guerra in Medio Oriente, con l'Europa che non solo rimane imprigionata nel ruolo di spettatore, ma neppure riesce a impegnarsi concretamente nel garantire la libera navigazione nello stretto di Hormuz. C'è Meloni che parla con Schlein, c'è Nordio che da giorni tiene il punto senza alzare i decibel. Insomma, c'è un certo reciproco "aplomb", pur nella concitazione del rush finale verso il voto referendario. Momento propizio quindi per dire con chiarezza mista a serenità come stanno le cose, quanto cambia davvero l'esito del voto di domenica e lunedì, chi ha da guadagnarci e chi invece da perderci.
Allo scopo i punti essenziali sono due, non uno di più. Il primo attiene al merito della riforma costituzionale, che va ovviamente esaminato nella prospettiva del sì, poiché il no lascia le cose come stanno. Ebbene sotto questo profilo occorre dire una cosa semplice una volta per tutte: la riforma non tocca minimamente l'indipendenza della magistratura né lede le prerogative dei titolari delle inchieste. Tutti quelli che sostengono questa tesi sbagliano o mentono. Il punto centrale del "sì" non sono i due Csm, bensì il sorteggio, che sgretola il potere non tanto delle correnti quanto di un sottoinsieme preciso di esse, cioè i capi delle correnti. Essi, infatti, perdono l'enorme ruolo di indirizzo, di "soft power", di suggerimento verso le pratiche di censura o promozione. Credetemi, questo è l'unico punto che conta: il resto è noia.
Il secondo punto è tutto politico. Anche qui però la faccenda è abbastanza semplice. Nella cosiddetta Seconda Repubblica lo scontro epocale tra politica e magistratura ha visto il trionfo della seconda, con punteggio tennistico vicino al 6-2 6-2. Addirittura, sono arrivati al governo partiti dai milioni di voti, sull'onda di una questione morale capace di generare stoltezze epocali tipo "Uno vale Uno", illusoria e fallace semplificazione della realtà, a tutto utile meno che a generare buona gestione della cosa pubblica. Da questo punto di vista la vittoria del "sì" significa una ed una sola cosa: la politica trova un'occasione di rivincita, incassando un successo popolare che suona legittimazione, consenso, democrazia. Non tanto per il merito della riforma, quanto per l'effetto tutto "politico": gran parte della magistratura organizzata sceglie una strada, ma il corpo elettorale ne indica un'altra. La storia di questo referendum è tutta qui, con un sostanziale addendo finale. Le destre italiane sono al governo da quasi quattro anni, ma solo a giorni alterni paiono capaci di impugnare davvero il volante del potere. Vincere la prova referendaria significa passare l'esame di maturità, non solo per Giorgia Meloni ma per l'intera coalizione. Insomma, all'Italia nel suo complesso conviene il "sì". E dico di più: conviene moltissimo anche a sinistra. Lo sanno perfettamente, ma non lo dicono.