l'editoriale di capezzone

Se il magistrato Morosini parla contro il governo più della Schlein. Tutto normale?

Daniele Capezzone

Scena uno: il presidente del Tribunale di Palermo Piergiorgio Morosini, l’altro ieri, sente l’esigenza di rispondere pubblicamente al Presidente del Consiglio. Quindi, all’indomani del richiamo del Capo dello Stato, abbiamo un magistrato che si lancia in una polemica contro il governo. Come se Meloni avesse dovuto chiedere a lui il permesso prima di esprimere un’opinione critica sulla nota sentenza palermitana che ha disposto un risarcimento a favore di Sea Watch.

Scena due: l’altra sera lo stesso magistrato compare come ospite di Ottoemezzo, il programma di Lilli Gruber, e anche da lì spara a palle incatenate contro le parole della Meloni.

Scena tre: sempre Morosini ieri mattina rilascia un’amplissima intervista al Corriere della Sera, che chiude con un lussuoso comizio a favore del No al referendum.

Ora, anche un bambino comprende bene che – agli occhi dei cittadini – rilevano fino a un certo punto le difese «tecniche» della sentenza, e pesa molto di più, inevitabilmente, questo protagonismo mediatico, questa vera e propria offensiva televisiva e su carta stampata. Si può ben dire che, per trentasei ore, sul versante del No, abbia parlato più il dottor Morosini di Elly Schlein.

 

È l’ora di dire che comportamenti simili non sarebbero immaginabili nelle maggiori democrazie del mondo. È anomalo che in Italia la magistratura – indisturbata – continui a proporsi come surrogato dell’opposizione, come contropotere rispetto a un governo «sgradito», come soggetto che interviene in modo immediato e diretto nella discussione pubblica.

Chi scrive è ormai sufficientemente grande di età per ricordare tempi in cui, anche nei sondaggi, i magistrati erano idolatrati, oggetto quasi di culto. Se oggi i loro indici di popolarità sono crollati, un motivo ci sarà: e sta nel fatto che un numero crescente di italiani, a torto o a ragione, non li considera imparziali. Ecco, ora tocca a noi cittadini. Non è più il caso di spossarci in una battaglia di parole. Tra quattro settimane basterà barrare il Sì sulla scheda referendaria.