l’opinione
Migranti, le navi delle Ong sono il cuore del problema di questo traffico. Ora basta
Attenzione bene non metterla in punta di diritto, perché così si rischia di trasformare una questione di enorme concretezza in un astratto confronto tra giuristi. E siccome in democrazia le sentenze si rispettano ma si commentano, poiché sono fatte da uomini che applicano (e interpretano) leggi fatte da uomini, sulla base di principi giuridici fissati da uomini ed ancorate a Costituzioni fatte da uomini, ecco che oggi dobbiamo andare alla sostanza di questa decisione di risarcimento alla nave Sea Watch disposta a Palermo. Ma per andare alla sostanza dobbiamo ridurre all’osso i fatti di allora, che in realtà sono piuttosto semplici e così riassumibili.
Potenti organizzazioni criminali gestiscono a pagamento i traffici di esseri umani tra l’Africa e l’Europa, scegliendo chi fare partire (i più forniti di denaro), quando effettuare i viaggi (riempiendo a dismisura le imbarcazioni) e come effettuarli (possibilmente con imbarcazioni assai malmesse e condizioni meteo marine non ideali). Perché tutto questo? Semplice, perché facendo leva su leggi del mare (rispettabili ma nate in altra epoca, quando l’immigrazione clandestina non era in gioco nei termini contemporanei) votate al soccorso, mettendo cento disperati (a pagamento) su un guscio di noce che fa acqua da tutte le parti hai assoluta certezza che la navigazione sarà pericolosissima o, più realisticamente, impossibile. Ed ecco che qui entrano in gioco le navi ONG, dai poderosi finanziamenti internazionali. Si pongono a poche miglia nautiche dai punti di partenza, ascoltano i messaggi di SOS, si precipitano al luogo indicato e recuperano tutti i naviganti, scafisti compresi. A quel punto il gioco è fatto: con spietata precisione innervata di umanitarismo peloso le grosse navi si dirigono verso il "porto sicuro", consegnando così all’Italia migranti (paganti) momentaneamente travestiti da persone in pericolo, un pericolo che dura giusto il tempo del soccorso. Questo è il gioco che per centinaia e centinaia di viaggi, per centinaia e centinaia di sbarchi ha portato dentro i confini nazionali centinaia di migliaia di clandestini, cui alla partenza viene detto quanto segue: «sarete in pericolo ma per poco, vi garantiamo noi che navi grandi ONG verranno a salvarvi. Quindi non vi agitate, non compromettere la stabilità della bagnarola su cui vi abbiamo stipati. State fermi e in silenzio, sistemiamo noi in poche ore». Questo è successo per anni, lo sanno tutti quelli che hanno occhi per vedere, orecchie per sentire, cervello per ragionare.
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E adesso veniamo al punto più importante di tutti, racchiuso in una domanda semplice semplice. Cosa può fare un governo se vuole opporsi a questo andazzo indecente? Essenzialmente due cose. La prima, negare l’approdo sul territorio nazionale (salvaguardando le vite in pericolo), esattamente ciò che si prova a fare con soluzioni come i centri in Albania. La seconda, togliere di mezzo le navi usate dalle ONG, perché esse sono la vera infrastruttura portante di tutta l’operazione. Ci siamo capiti, non serve continuare.