l’editoriale di Capezzone
Capezzone: caro Gratteri altro che «cultura della giurisdizione»… Lei manda al rogo pure i semplici indagati
Più abituati a Lilli Gruber & Massimo Giannini che a Fëdor Dostoevskij, i compagni del No farebbero bene a leggersi il capitolo de “I fratelli Karamazov” dedicato alla leggenda del Grande Inquisitore. In questa storia immaginaria, che Dostoevskij ambienta durante l’Inquisizione in Spagna, l’Inquisitore cattura Gesù egli spiega la propria visione del mondo: il messaggio di libertà e amore di cui Cristo è portatore non sarebbe sostenibile per molti uomini, che invece cercano - sostiene l’Inquisitore - autorità e stabilità. Dostoevskij dunque si interroga e ci interpella su quanto gli esseri umani siano pronti a sacrificare la libertà in nome di altro.
Ecco, il procuratore Nicola Gratteri - ci perdonerà - non sembra avere la profondità (pur terribile) dell’Inquisitore dostoevskijano. Ormai pare ridotto a format di se stesso: demonizzazione delle opinioni opposte, insulti a raffica, falsificazioni grossolane (perfino ai danni del povero Giovanni Falcone), e mai una parola di autocritica per le bufale spacciate. E poi c’è il suo “record” di inquisiti rivelatisi vittime innocenti, di gente sbattuta in carcere e mostrificata, distrutta nella vita e nella reputazione. Come se nulla fosse: ridotti a ombre sullo sfondo. Anche nell’ultima esibizione del procuratore capo di Napoli, c’è una cosa che è sfuggita ai più. Gratteri non ha solo insultato come gente di malaffare i sostenitori del Sì, ma ha incluso nella categoria “indagati e imputati”. Ecco, lo sa Gratteri che quelle persone, secondo Costituzione, sono innocenti fino a sentenza definitiva? E sarebbe questa la “cultura della giurisdizione” che avrebbero tanti attuali pm? C’è da rabbrividire. Anzi: c’è da correre a votare Sì.