l’editoriale di Capezzone
Capezzone: il senso di un camice, di una toga, di una tonaca
Qui a Il Tempo abbiamo un rispetto profondo, vero, naturale, da liberali e da conservatori quali siamo, verso i ministri del culto, verso i medici, verso i magistrati. In modi e su versanti diversi, si tratta di tre opere preziose per lo spirito, per il corpo, per la vita degli esseri umani e delle comunità in cui siamo inseriti. Di più: senza retorica, conosciamo la dedizione, il sacrificio, la fatica, che portano molto spesso le figure che indossano una tonaca, un camice, una toga, a donare di se stessi molto più di quanto una funzione o un contratto di lavoro richiederebbero. Ciò detto, oggi vi proponiamo alcune storie sconcertanti, che lasciano con l’amaro in bocca.
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Primo. Mentre numerose parrocchie sono già state trasformate in luoghi di comizi referendari per il No, scopriamo che il vicepresidente delle Cei, quindi il vicecapo dei vescovi italiani, monsignor Savino, va (vedrete in che compagnia) a un convegno di Magistratura Democratica per il No. Senza parole. Secondo. Scopriamo che a Ravenna sei medici sono accusati di aver firmato certificati per impedire che una serie di extracomunitari fossero portati nei Cpr e poi espulsi. Occhio, qui non si tratta di concedere due giorni a un lavoratore sfaticato certificando un forte raffreddore: il rischio è di rimettere a piede libero gente pronta a delinquere, a fare male. Terzo. A sinistra strillano perché un molestatore non è stato rimpatriato. Ah sì? Peccato che si tratti di un tipetto che (prima) ha usufruito di una sanatoria gentilmente elargita dal governo giallorosso, e che (poi) i giudici hanno ordinato di riportare qui dall’Albania.
E allora eccoci alla morale di tutta la faccenda: per ragioni diverse, una tonaca, una toga e un camice non dovrebbero essere «magliette» di parte. È troppo chiedere a tutti di ricordarselo?