L'editoriale

Le ragioni di un sì contro la supercasta togata

Daniele Capezzone

Ci dovrà pur essere un limite a un certo punto. Leggete la storia di copertina di oggi, tra toghe e polizze, e giudicate se non sia davvero arrivato il momento di ribellarsi. Una ribellione gentile: è sufficiente recarsi alle urne del 22-23 marzo e votare sì al referendum. Leggendo Il Tempo di oggi, scoprirete che non si tratta solo di spazzar via le correnti del Csm (grazie al sorteggio che finalmente le mette fuori causa, e che un tempo piaceva anche al dottor Gratteri e agli attuali cantori del No). Non si tratta neppure solo (altro risultato storico) di ridare forza al Gip, oggi prigioniero dell’accusa, alle cui richieste attualmente non è quasi mai capace di opporsi. E non si tratta nemmeno di limitarsi a separare le carriere tra giudici e pm (come accade in tutti i Paesi dell’Occidente avanzato: osservazione che di per sé chiuderebbe il discorso: se tutto il mondo va in un senso e solo noi no, non sarà il caso di farsi qualche domanda?). Scherzando ma non troppo, verrebbe da dire che occorre anche separare le carriere di marito e moglie.
Sorrisi a parte, il punto politico di fondo supera ampiamente le pur rilevanti questioni tecniche in ballo: si tratta di dire alla supercasta giudiziaria che non ne possiamo più, dopo oltre trent’anni di Repubblica giudiziaria. Certe toghe forse non se ne sono neppure rese conto, ma il loro interventismo, il loro protagonismo politico, le loro costanti invasioni di campo, fanno rivivere – traslandola sui magistrati – l’impostazione che lo Statuto Albertino aveva adottato nei confronti del re: «La persona del re è sacra e inviolabile». Ecco, adesso a essere «sacri e inviolabili» dovrebbero essere i magistrati, cioè – è sempre bene ricordarlo – dei funzionari pubblici non eletti da nessuno e meri vincitori di un concorso. Di più: il loro sogno è che a questo punto i magistrati siano perfino sottratti alla critica, alla discussione pubblica, pena una presunta «delegittimazione». Indiscussi e indiscutibili nei loro atti.

Quindi, ricapitoliamo. I magistrati, sia attraverso l’attività giurisdizionale sia attraverso una miriade di iniziative che è difficile non qualificare come politiche (interviste, convegni, conferenze, comparsate tv, proclami individuali o correntizi), possono tranquillamente invadere il terreno che dovrebbe essere proprio di Governo e Parlamento. Anzi: si fanno un punto d’onore di dettare a esecutivo e legislativo ciò che quei poteri abbiano o non abbiano diritto di fare. E naturalmente le toghe reagiscono malissimo se qualcuno fa osservare che queste invasioni di campo fanno saltare la separazione dei poteri. Dopo di che, se per caso politici e media osano sollevare critiche anche robuste e argomentate nei con fronti di magistrati onnipotenti e onnidichiaranti, sono di nuovo le toghe a sbraitare. Chiaro? Ormai c’è una casta che può tutto, dentro e fuori il perimetro che la Costituzione le assegna. E con in più – piccolo dettaglio – il potere di privare della libertà altri cittadini. Per sovrammercato, i membri di questa classe eletta, i sacerdoti di questa casta braminica non tollerano nemmeno il fatto che si possa discutere delle loro azioni. Di più: in vista del referendum, tappezzano le città di manifesti a base di fake-news; fanno proclami televisivi contro il governo; nelle ore pari, dicono che la riforma non serve a niente; in quelle dispari, oplà, cambiano idea e vorrebbero convincerci che si tratti di un colpo distato. È l’ora di dire che comportamenti simili non sarebbero (e non sono) tollerati nelle maggiori democrazie del mondo. È anomalo che in Italia la magistratura – indisturbata – continui a proporsi come surrogato dell’opposizione politica, come contropotere rispetto a un governo «sgradito», come soggetto che interviene in modo immediato e diretto nella discussione pubblica. Ed è ancora più anomalo che tutto ciò sia ormai accettato come un’evenienza normale e perfino ineluttabile.

Chi scrive è ormai sufficientemente grande di età per ricordare tempi in cui, anche nei sondaggi e nelle rilevazioni demoscopiche, i magistrati erano idolatrati, oggetto quasi di culto. Se oggi i loro indici di fiducia e popolarità sono crollati, un motivo ci sarà: e sta nel fatto che un numero crescente di italiani non li considera imparziali. Si sbaglieranno i cittadini? Tutto può essere. Ma l’irritazione con cui le toghe reagiscono alle critiche tradisce un nervosismo di fondo e un’insicurezza crescente. Ecco, ora tocca a noi cittadini. Non è più il caso di spossarci in una battaglia di parole. Passiamo ai fatti. Tra otto settimane precise basterà barrare il Sì sulla scheda referendaria. È l’ora di farlo, dopo tanta attesa.