l'editoriale di capezzone
Giorgia vede lungo, ci vuole meno Europa con buona pace della retorica eurolirica
«Aristotele, scansati. E già che ci sei, portati via pure il principio di non contraddizione». È questo, a ben vedere, il modo di ragionare drammaticamente illogico degli eurolirici, cioè degli innamorati acritici dell’Ue: ammettono che l’Unione Europea non abbia funzionato, ma chiedono dosi di Super -Stato europeo ancora più massicce.
Prendi gli eventi degli ultimi diciotto-vent’anni: crisi finanziaria, crisi migratoria, crisi greca, Brexit, Co vid, Medio Oriente, Ucraina. Non c’è una sola di queste partite in cui l’Ue abbia saputo svolgere un ruolo positivo. Nella migliore delle ipotesi, si è rivelata inutile; nella peggiore, è stata addirittura dannosa.
Ora (Emmanuel Macron in testa) il giochino degli eurofulminati è quello di provare a trasformare Donald Trump in un grande alibi per nascondere tutti i propri fallimenti. Certo, Trump è un tipo bizzarro, ci fa godere e ci fa disperare a giorni alterni. Non è Ronald Reagan, non è un idealista liberalconservatore, lo sappiamo. È piuttosto un gran mercantilista, un aspirante «re» che vorrebbe anche le imprese nazionali americane trasformate in suoi feudatari e vassalli, in strumenti della sua politica di potenza.
Ma - ecco il punto - a modo suo, mescolando cose buone e pasticci, caos creativo e caos distruttivo, Trump reagisce al fallimento conclamato delle vecchie istituzioni sovranazionali, Onu in testa.
E allora? E allora rispondere con gridolini isterici del tipo «Ci vuole più Europa» è insensato, a maggior ragione se, tradotta in pratica, quella linea dovesse significare un inchino al sempre più irrilevante Macron.
La verità è che Giorgia Meloni (come sta già facendo in modo eccezionalmente brillante, essendo divenuta uno dei quattro -cinque leader mondiali più rispettati e rilevanti) farà bene a perseguire una politica estera italiana a geometrie variabili, giocando diverse carte e non una soltanto. Esemplifico.In Europa, può cercare (l’ha già ampiamente trovato) un asse con la Germania di Merz. Ma contemporaneamente può trovare sponde con il Regno Unito. Ancora: può e deve scommettere sulla Nato, e sul rafforzamento del contributo dei paesi europei all’Alleanza Atlantica, in particolare candidando il nostro Paese a un ruolo guida del fianco Sud (Mediterraneo e Nord Africa), cercando quindi di contenere l’invadenza turca.
Ancora: l’Italia (di nuovo: bravissima Meloni) può e deve cercare dialoghi in Asia in funzione pro Occidente e anti-Cina, interloquendo in particolare con Giappone e Corea del Sud.
E poi naturalmente occorre parlare con Trump. E con chi, se no? Lui ha il talento di partorire buone idee (il Board of peace) e purtroppo anche quello di sporcarle infilandoci dentro dittatori e compagni di strada improbabili. E tuttavia se diventa quello lo “scatolone” con il quale Washington affronterà le prossime crisi, avrà più senso starci dentro che restarne fuori.
Tutte queste cose Meloni le ha comprese da un pezzo. Altri, invece, anche psicologicamente inchiodati a schemi ormai falliti (Onu, Ue), fanno resistenza ad ogni livello.
Ma ha ragione Giorgia. Che ha pure un altro merito: è tra i pochissimi leader a ribadire la sua fiducia nell’Occidente, concetto che troppi vorrebbero archiviare.Non dimenticate un atto di coraggio e lungimiranza compiuto dalla Premier in occasione della sua prima visita alla Casa Bianca. Trump trumpeggiava con il suo “Make America great again”. Meloni, con un bel sorriso, lo corresse: “Make the West great again”. Traduzione: occorre pensare a tutta questa parte del mondo, la nostra (l’Occidente, appunto), che sarà pure piena di colpe e difetti. Ma è e resta l’unica alternativa al rischio di un crescente dominio da parte di Pechino-Teheran-Mosca.
Tre luoghi, questi ultimi, molto amati da diversi nostri intellettuali e commentatori: i quali però, chissà perché, stentano a prendere un aereo per la Cina, l’Iran e la Russia. Se sono tre paradisi, come mai non ci si trasferiscono?