l’analisi del vice-direttore
Termini, non solo sicurezza: ecco cosa insegna la lezione di Londra, Parigi e New York
L’ennesima aggressione nell’area della stazione Termini non è una notizia. È un segnale. L’ennesimo, appunto. Un episodio che si aggiunge a una lunga serie e che riporta al centro una questione irrisolta: la sicurezza reale, percepita e quotidiana nel principale snodo ferroviario del Paese. Termini non è solo una stazione. È un quartiere, una zona di passaggio, un crocevia urbano dove si concentrano marginalità, flussi turistici, degrado e criminalità minuta. Ed è soprattutto l’area esterna alla stazione — piazza dei Cinquecento, via Giolitti, via Marsala, i sottopassi — a rappresentare il punto più fragile. Qui lo Stato arretra, spesso, lasciando spazio a zone grigie che diventano terreno fertile per aggressioni, spaccio, microcriminalità. Termini è uno specchio. Riflette ciò che funziona e ciò che non funziona nella gestione delle città complesse. Continuare a trattarla come un’emergenza episodica significa accettare che le aggressioni diventino normalità. La sicurezza non è uno slogan. È una responsabilità. E a Termini è una responsabilità che chiama in causa lo Stato, il Comune e tutte le sue articolazioni.
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In Italia, le grandi stazioni ferroviarie sono da anni al centro del dibattito pubblico sulla sicurezza urbana. A questo proposito le esperienze internazionali di Londra, New York e Parigi offrono indicazioni utili per comprendere quali politiche funzionano e quali limiti emergono. Nel contesto italiano, la sicurezza nelle stazioni è stata storicamente affrontata soprattutto come questione di ordine pubblico. Le risposte più frequenti includono: operazioni straordinarie delle forze di polizia, presidi fissi o temporanei, ordinanze e zone a vigilanza rafforzata, interventi di «decoro urbano». Queste azioni producono spesso risultati immediati ma temporanei, con fenomeni di spostamento della criminalità verso aree limitrofe. Manca invece, salvo eccezioni, una strategia urbana di medio-lungo periodo che integri sicurezza, progetto dello spazio pubblico e politiche sociali.
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L’esperienza londinese dimostra che la sicurezza può essere costruita nel tempo attraverso il progetto urbano. Il caso di King’s Cross insegna che le stazioni devono essere pensate come parti vive della città, non come enclave funzionali. L’uso misto (residenziale, terziario, culturale) è fondamentale per evitare spazi vuoti o mono-funzionali. Applicato all’Italia, questo significa superare la logica della sola «riqualificazione della stazione» e intervenire sui quartieri intorno. New York mostra invece l’importanza della sicurezza operativa nei grandi nodi di trasporto. Per il contesto italiano, questo suggerisce che la presenza delle forze dell’ordine deve essere stabile e riconoscibile, non solo emergenziale. La sicurezza nelle stazioni va coordinata tra Polizia Ferroviaria, Polizia Locale e servizi sociali. La Grande Mela dimostra che sicurezza e welfare urbano devono agire insieme, evitando sia l’abbandono sia la sola repressione. Parigi poi offre una lezione particolarmente utile per l’Italia: la sicurezza come esito della qualità urbana. Gli interventi legati al Grand Paris Express ci dicono che stazioni aperte, luminose e leggibili riducono conflitti e zone d’ombra. Investire in accessibilità, comfort e servizi contribuisce a ridurre la percezione di insicurezza. Per il contesto italiano, la lezione chiave è che non esiste una soluzione unica. Una strategia efficace per le stazioni dovrebbe combinare la sicurezza con la rigenerazione urbana delle aree circostanti, non solo degli edifici ferroviari. Presidio della sicurezza continuativo, coordinato e non emergenziale. Politiche sociali per la gestione della marginalità. Progetto dello spazio pubblico come strumento di prevenzione. Le stazioni sono il primo e l’ultimo luogo urbano che milioni di persone incontrano ogni giorno. Investire sulla loro sicurezza significa investire sulla qualità complessiva delle città italiane.