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Italia esclusa dal dossier Kosovo: ora una conferenza internazionale

Stefano Massara

La settimana scorsa è stata di altissima tensione in Kosovo. L’apice è stato il 29 maggio con gli scontri che hanno coinvolto i militari del contingente della Kfor schierati a protezione dei municipi dove c’erano i sindaci di etnia albanese. 34 militari sono rimasti feriti, tra cui 14 italiani. Il cuore del contrasto è ormai limitato al Kosovo del Nord, regione confinante con la Serbia la cui popolazione è per il 90% di etnia serba. Il Nord Kosovo è formalmente parte della Repubblica del Kosovo, la quale però non riesce a esercitarvi appieno la sovranità. Di fatto è ancora legato a Belgrado, che vi sostiene strutture parallele. Secondo l’Accordo di Bruxelles del 2013 tra Belgrado e Pristina mediato dall’Ue, le quattro municipalità del Nord Kosovo (Mitrovica Nord, Leposavic, Zvecan, Zubin Potok) insieme ad altre sei enclave serbe dovrebbero formare l’Associazione delle municipalità serbe, dotata di ampia autonomia. Ma Pristina non ha finora creato l’Associazione nel timore che sarebbe l’anticamera della secessione. L’escalation iniziata con la «crisi delle targhe» dell’estate scorsa è sfociata nelle dimissioni in massa dei circa 3.000 funzionari di etnia serba, compresi sindaci, dalle istituzioni del Nord Kosovo. Le elezioni per l’elezione di nuovi amministratori nelle quattro municipalità hanno sancito la vittoria dei candidati albanesi. Tuttavia l’irrisoria affluenza (3,5%) dovuta al boicottaggio da parte dei serbo-kosovari fa sì che questi e Belgrado contestino la legittimità del risultato, in ciò supportati da larga parte della comunità internazionale. Il 26 maggio i quattro neo-sindaci si sono insediati nei rispettivi municipi grazie alla scorta delle unità speciali di polizia di Pristina. Ciò ha scatenato le proteste dei serbo-kosovari e di Belgrado. I militari della Kfor si sono frapposti ad evitare il contatto tra i dimostranti serbi e le forze di Pristina. Il 29 maggio a Zvecan il presidio è sfociato negli scontri che hanno causato il ferimento dei soldati italiani. Secondo fonti serbe, anche forze kosovaro-albanesi hanno responsabilità negli scontri. Il Presidente serbo Aleksandar Vucic ha posto l’esercito in stato di piena prontezza. La Nato ha risposto aumentando il contingente Kfor di 700 unità. Il 1° giugno un centinaio di albanesi si sono radunati sulla sponda Sud del ponte sul fiume Ibar, che separa la zona a maggioranza albanese di Mitrovica dalla zona Nord, a maggioranza serba, per «marciare a Nord (Mitrovica)», cosa che non è stata permessa dai militari della Kfor. Al momento in cui scriviamo, i presidi dei serbi continuano in forma pacifica, con la Kfor che protegge gli edifici. Il 1° giugno si è consumato anche uno sgarbo ai danni dell’Italia. In occasione del vertice della Comunità Politica Europea a Chisinau, l’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri dell’Ue Josep Borrell, il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Olaf Scholz si sono incontrati con Vucic e la presidente kosovara Vjosa Osmani per chiedere tempestive elezioni nelle quattro municipalità, partecipazione dei serbi al voto e formazione dell’Associazione delle municipalità serbe. L’Italia non è stata invitata all’incontro nonostante abbia il comando della Kfor, vi fornisca il contingente più numeroso e abbia subito il ferimento di 14 soldati. Ad aggravare il quadro, la notizia che larga parte dei 700 soldati aggiuntivi della Kfor saranno forniti dalla Turchia, che potrebbe anche subentrare all’Italia nel comando della missione. Insieme all’accordo di cooperazione militare turco-albanese del 2019, ciò fa di Ankara il tutore militare della «Grande Albania». È evidente che l’assetto scaturito dall’Accordo di Kumanovo, che pose termine alla guerra in Kosovo, e dall’Accordo di Dayton, che concluse la guerra in Bosnia-Erzegovina, è superato. Urge che l’Italia si faccia promotrice di una conferenza internazionale sui Balcani occidentali, in cui le questioni kosovara e bosniaca, tra loro collegate, trovino una soluzione di pace di lungo periodo.