commento

Stipendi bassi e precari: dove vogliamo andare?

Sta facendo discutere lo sfogo e la denuncia che Ornela Casassa, una giovane ingegnera di Genova, ha affidato alla rete. Una specie di messaggio nella bottiglia gettato nel mare aperto di una generazione preparata, sfruttata e poco valorizzata. «Racconto quel che mi è successo al termine del mio tirocinio -ha raccontato - Lo studio ingegneristico dove lavoravo da sei mesi era soddisfatto di avermi nel suo team e mi ha proposto una collaborazione a 900 euro a partita Iva che significavano 750 euro netti, tolte le tasse. Solo 150 euro netti in più rispetto al tirocinio. Per me è stato uno schiaffo».

Potremmo stare qui per ore a raccontare che non è sempre così, che ci sono imprenditori e professionisti che riconoscono stipendi più alti, ovvero che datori di lavoro sbattono la testa contro il muro perché non trovano persone da assumere. Così come potremmo riprendere in mano i mille discorsi sul reddito di cittadinanza. Non ne verremmo comunque a capo. Qui il tema non è incolonnare le persone corrette e quelle no. Il tema più importante è capire che stiamo perdendo una generazione di ragazze e ragazzi preparati, con una voglia di futuro che non siamo in grado di raccogliere e mettere a frutto per il bene di tutti.

La messa a fuoco va concentrata sulle retribuzioni e sulle modalità di accordo tra datore e lavoratore. Si lavora per dimostrare di essere qualcuno, per crescere, certo. E si lavora anche per avere dei soldi con cui campare e magari da mettere da parte per investimenti futuri. Aprire una partita Iva per lavorare altrimenti non c’è spazio, e poi sperare nei minimi o nella flat tax per pagare meno tasse e quindi avere qualcosa in tasca è deprimente.

Ornela racconta la sua esperienza nello studio ingegneristico, una di quelle lauree più ricercate proprio per la disponibilità di assunzioni. Ma non è sola. Come Ornela ne potremmo trovare tanti in ogni settore strategico per la crescita dell’economia italiana. Potrei trasmettervi le delusioni in ambito universitario, dove i giovani vengono sfruttati, mal pagati e sviliti dai «senatori» con la promessa che poi toccherà a loro. E intanto le loro pubblicazioni si appoggiano sulle ricerche di questi giovani in stand by. In campo medico, gli stipendi non corrispondono minimamente alle responsabilità e ai turni di lavoro veri. Idem in tanti altri settori del privato come nel pubblico (se poliziotti, carabinieri, vigili del fuoco, finanzieri potessero raccontare cosa realmente gli resta dello stipendio che percepiscono...).

Ieri ero nel Reggiano e mi sono confrontato con agricoltori e allevatori, i quali fanno fatica a fidelizzare i collaboratori. Ogni settore ha le sue sofferenze, e ognuno piccolo imprenditore o lavoratore dipendente lavora per stare dietro a debiti e spese. Tuttavia, se ognuno si riduce a guardare al proprio senza alzare la testa, l’Italia perderà tante giovani risorse che all’estero trovano soddisfazione, apprezzamento, ruoli e retribuzioni decisamente diversi. E allora non possiamo non domandarci che idea di futuro abbiamo. La politica ha il dovere di sfidarsi sull’idea della società che intende costruire: i dibattiti, le mille riforme, le promesse non reggono più di fronte allo sforzo dei cittadini di tenere testa alle profonde spaccature e ingiustizie. La politica non può assistere inerme all’allargamento della forbice tra chi ha e chi ha un po’ di più di chi non ha.

Nelle famiglie si consuma uno scontro generazionale tra genitori e figli per un contratto di lavoro che regga al progressivo indebitamento privato necessario per tirare avanti. Andare in televisione e sostenere - tutti: centrodestra e centrosinistra - che «abbiamo agito sul cuneo fiscale» quando a conti fatti nessun lavoratore troverà reale godimento per quell’incremento; né può valere la consolazione «meglio di niente» perché il futuro non si costruisce sul meglio che niente. Così si tira a campare in un declino progressivo. Il potere d’acquisto delle famiglie si assottiglia e se non fosse per il risparmio cumulato da chi c’era prima saremmo già entrati in una spirale di povertà ancor più grave.

Proporre 750 euro nette al mese è l’attimo prima dei titoli di coda. Non voglio addossare la croce sul datore di lavoro, il quale - giustamente dal suo punto di vista - ti metterebbe sul tavolo i suoi problemi con il fisco, con le banche, con i capricci di una burocrazia che ormai è tarata non per fare rispettare le regole ma tenere in piedi il baraccone. Se non si compie un balzo in avanti scommettendo pesantemente sul futuro, la famosa Repubblica democratica fondata sul lavoro resterà senza la forza di chi abbiamo fatto studiare e poi di fatto messo a disposizione dei mercati esteri. Col paradosso che poi dobbiamo mettere a bilancio finanziamenti per il rientro dei cervelli in fuga. Possibile che non capiamo che il tema del lavoro è il tema politico per eccellenza? Possibile che l’economia reale sia soffocata dalla economia finanziaria? Il futuro non può limitarsi alla sfida della digitalizzazione se poi la digitalizzazione è una corsia preferenziale per intelligenza artificiale, robot e algoritmi. Che non vengono tassati quanto i lavoratori. È una profonda ingiustizia e un suicidio. Ornela ha gridato la sua profonda delusione: «Per me è stato uno schiaffo in faccia».

Non mi interessa sapere chi le ha rifilato quel ceffone, perché a conti fatti quella sberla riguarda tutti noi. Senza un pesante adeguamento delle retribuzioni l’economia non parte. Facciamoci due conti: quanto a lungo può reggere una Italia dove si ha paura della competizione e delle ambizioni di chi si sente pronto? 750 euro rischia di essere il valore reale di un Paese che viaggia col freno a mano tirato.