il commento

Politica a colpi di bonus: i populisti e il mancato rispetto del denaro pubblico

Benedetta Frucci

L'assistenzialismo non è una novità in questo Paese: con il debito pubblico si è pagato, per anni, la stabilità e contenuta la rabbia sociale. Erano però anni, quelli della Prima Repubblica, in cui la Guerra Fredda permetteva e forse esigeva un diverso approccio alla spesa pubblica. E dove una classe politica per quanto colpevole di aver accumulato una spesa abnorme, non mancava certo della visione e della capacità di governare il Paese. Con l'avvento dei populismi e con l'arrivo del primo governo gialloverde nonché con il Conte Bis, vi è stata un'evoluzione - o meglio sarebbe dire involuzione - del concetto di spesa pubblica. Il denaro è stato usato come mezzo perla costruzione di un sistema clientelare, frutto di una classe politica impreparata e disposta a tutto pur di comprare il consenso. I numeri del disastro degli onesti al potere non lasciano scampo e mostrano come più che malafede, il fil rouge delle policy populiste sia l'assoluta incompetenza e cialtroneria. 38.7 miliardi spesi per il superbonus. 20 miliardi per il reddito di cittadinanza. Dove sono finiti quei denari?

 

 

L'inchiesta della procura di Napoli sul superbonus mostra uno spaccato che dovrebbe spingere a riflettere: nell'ambito del sequestro di 770 milioni di euro di bonus edilizi, è emerso che il 70% dei titolari di credito di imposta erano percettori del reddito di cittadinanza. Questi soggetti avevano il compito di cedere tali crediti per monetizzarli attraverso banche ignare. Ora, elencare le truffe legate al reddito di cittadinanza richiederebbe l'intera edizione odierna di questo giornale e probabilmente non basterebbe. È sufficiente ricordare il caso dei rumeni che venivano in Italia solo per ritirare il famigerato bonus, o quello dei condannati per Mafia e Camorra che lo percepivano o ancora i detentori di Ferrari o la signora che viveva tutto l'anno ai Caraibi a spese dei cittadini. L'esempio dell'inchiesta di Napoli è però qualcosa di ben più sconvolgente del singolo episodio di truffa.

 

 

Dimostra bene come l'Italia di Giuseppe Conte sia diventata- più che una repubblica delle banane - la repubblica dei bonus. Bonus che vanno a riempire le tasche della criminalità organizzata, pagati con le tasse degli italiani. Perché a Conte e compagni forse sfugge che le famose casse dello Stato sono piene dei soldi dei singoli cittadini che con il lavoro le riempiono. Il concetto di «gratuitamente» tanto caro all'avvocato del popolo non esiste e non è mai esistito: quando qualcosa è gratuito, è perché c'è qualcuno che paga. E se la redistribuzione è se fatta con misura - inevitabile e per certi aspetti anche sacrosanta, quello che manca in Italia é la cultura del rispetto per il contribuente e per il lavoro. Lo si vede nella tassazione esagerata a cui sono sottoposti i lavoratori ma anche e soprattutto dallo sciagurato e noncurante modo in cui questa classe politica sperpera il denaro degli italiani.