Dall’inferno al paradiso in poco più di due mesi. La notte del 16 agosto la Lazio era morta, sepolta dalla prematura eliminazione dalla Coppa Italia sotto i colpi del Mantova, squadra di Serie B. Una settimana d’inferno, Gattuso difende la squadra contro tutto e tutti, diventa il salvagente a cui aggrapparsi mentre la barca sta andando a fondo. Il boicottaggio dei tifosi, lo scetticismo per gli ultimi fallimenti sulle panchine di mezza Europa, il tracollo in coppa e la sensazione diffusa che la Lazio sarebbe rimasta nel limbo della classifica. Invece, proprio grazie al lavoro del tecnico, arriva la resurrezione a Bologna con la prodezza di Frattesi a far presagire un epilogo diverso. In quegli iniziali momenti di difficoltà, «Ringhio» ha lavorato sulla testa dei suoi giocatori, è nata un’empatia spontanea anche grazie alla voglia di non lasciare nessuno indietro. Il gruppo l’ha capito ed è stato l’inizio della rinascita. Il segreto della Lazio prima in classifica è tutto nel lavoro di un uomo entrato in punta di piedi a Formello. Lavoro e sudore a 40 gradi, quel ritiro nel centro sportivo con temperature irreali sembrava la tomba nella stagione e, invece, in quei roventi pomeriggi romani è nata la nuova creatura di Gattuso, capace di smentire l’etichetta di allenatore con l’elmetto, grinta e cuore ma poco spettacolo. Ha costruito una squadra che gioca bene a calcio, coraggiosa, capace di gettare il cuore oltre all’ostacolo e di non arrendersi alle avversità. Ha rilanciato Mandas, Floriani, Tavares, Belahyane e Noslin, ha difeso Pinamonti opponendosi all’arrivo di Icardi quando molti ne chiedevano l’acquisto, ha spinto per il recupero in lista di Pellegrini, giocatore fondamentale all’interno del gruppo. Infine ha stretto un patto d’onore col ds Fabiani con cui ha lavorato a stretto contatto per spendere bene i pochi denari a disposizione sul mercato. Il colpo Frattesi, gli acquisti di Pinamonti, Sutalo e Gudmundsson, le intuizioni a parametro zero di Doekhi e Diogo Leite: così è rinata la Lazio con la ricetta di Gattuso, bravo anche a riscoprire Isaksen e Zaccagni oltre a ritagliare un ruolo perfetto per l’olandese Taylor.
Tutti uniti, il rumore dei nemici fuori da Formello e la voglia di sorprendere quando i pronostici della vigilia non lasciavano spazio a obiettivi importanti. Ieri, addirittura, le agenzie di scommesse hanno abbassato le quote per la Champions biancococeleste, ora a 3.50-4, roba impensabile qualche mese fa. Gattuso frena, dice di non guardare la classifica, fa il pompiere, pensa solo al Parma, l’avversario di sabato sera in un Olimpico ancora semi deserto. «Dobbiamo mantenere - spiega Gattuso - la nostra mentalità. Ne ho viste tante in questo mondo, abbiamo una linea da seguire che è quella del lavoro. Pensiamo partita per partita, ci davano per morti a lottare per non retrocedere. La strada, invece, era quella giusta, i miei giocatori ci hanno creduto e ora vedremo dove arriveremo». Occhi aperti perché quegli stessi che ora lo incensano o addirittura lo paragonano a Maestrelli e parlano di «gattusismo» saranno i primi a criticarlo al primo passaggio a vuoto come era già accaduto per Baroni che ha pagato col passare dei mesi qualche eccesso di protagonismo. Meglio evitare voli pindarici, Gattuso conosce il calcio e non può commettere questo errore: disperdere la magia di questo momento, sarebbe un errore imperdonabile.
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