Mona Friedman è una timida e modesta casalinga del New Jersey, dalla vita ordinaria. Quando viene scritturata per una parte in un musical da una compagnia teatrale della sua città, non immagina l’impatto che questo evento inaspettato avrà sulla sua vita. Sfidata dal regista dello spettacolo a dare il meglio di sé, si trasformerà in un’attrice più che appassionata, disposta a tutto pur di proteggere l’integrità artistica del suo ruolo, trovando così anche la forza di riprendere in mano la propria esistenza. Julianne Moore è l’incredibile protagonista di «The Debut-La grande occasione», terza regia di Jesse Eisenberg, presentata alla Festa del cinema di Roma, e in uscita il 1° gennaio con I Wonder Pictures.
Agli occhi degli altri, compresi la sua famiglia e gli amici, Mona è una donna invisibile. Ma sul palco, nel corso del tempo, interpretando Miss Danielle acquista sicurezza, e riesce a trovare la propria voce ed essere vista. «È bello essere ascoltata in occasioni pubbliche come questa, ma adoro anche uscire senza trucco, andare in palestra, indossare un vestito qualsiasi, prendere la metropolitana e andare a fare la spesa al supermercato. Mi piace essere una persona normale, qualsiasi», ha spiegato Moore a Roma, pensando alla voglia talvolta di essere invisibile nella vita reale.
Riflettendo sull’evoluzione che ha la sua Mona nel film, l’attrice, 65 anni, che ieri sera ha ricevuto il Premio alla Carriera-Lifetime Achievement Award, ha detto: «Non è mai troppo tardi o troppo presto per ritrovare se stessi. È emozionante vedere qualcuno, di qualsiasi età, genere o cultura, attraversare una rivoluzione nella propria vita e trovare una direzione. È qualcosa che parla a tutti noi».
Per Moore questo film è stato un regalo inatteso: «La sceneggiatura è una delle migliori che abbia mai letto nella mia carriera». La sfida per l’attrice premio Oscar è stata interpretare due personaggi che procedono all’unisono. Per dare vita a Miss Danielle, Moore si è ispirata alle grandi interpreti del musical, come Liza Minnelli, Chita Rivera, Patti LuPone, affrontando anche la prova del canto: «Ho imparato lavorando. Non serve avere una voce straordinaria, bisogna saper raccontare una storia attraverso il canto».
Eisenberg ha scritto il ruolo appositamente per l’attrice: «Immaginavo Julianne in ogni scena, la sua voce, il suo volto, il suo corpo. È straordinaria nei ruoli drammatici, ma è anche un clown. Non conosco nessun altro capace di fare entrambe le cose così bene», ha detto il regista. Dietro questa storia di emancipazione si nasconde un’esperienza personale di Eisenberg: «Da bambino ero timido, isolato, mi sentivo invisibile. Quando sono entrato in una compagnia teatrale amatoriale ho trovato una casa, una famiglia, persone che si sentivano come me», ha raccontato ancora l’attore che nel film si è ritagliato una parte nel musical, mentre a Paul Giamatti ha affidato il ruolo dell’esigente regista dello spettacolo.
«The Debut» si muove attraverso un linguaggio visivo sospeso tra realtà e fantasia. Eisenberg costruisce un universo che cambia aspetto seguendo le emozioni di Mona. «Non cercavo il realismo. Volevo che il mondo apparisse come Mona lo percepisce, mentre le sue emozioni dovevano restare autentiche», ha spiegato sempre il regista. Un equilibrio tra commedia surreale e sentimenti riconoscibili che ha conquistato Moore. «Spesso al cinema si pensa che per creare emozioni forti servano eventi straordinari, come un rapimento o un asteroide che colpisce la Terra. In realtà, nella vita quotidiana, basta perdere un treno o temere che il proprio matrimonio sia in crisi», ha detto l’attrice, alle prese nel film, e nel suo mestiere, in un gioco di maschere. «La recitazione è un enorme atto di immaginazione - ha spiegato, riflettendo sul vero e sulla finzione che si mescolano - Niente di quello che facciamo è reale, è un elaborato gioco di finzione, come quando si è bambini, ma impariamo a scavare nelle nostre emozioni autentiche e a collegarle a circostanze immaginarie. Come attrice spero che la mia esperienza soggettiva di essere umano si fondi con quella del personaggio e mi permetta di comprendere cosa significhi essere un’altra persona».
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