Che il campo largo si fosse ormai spostato su posizioni radicali era abbastanza chiaro. Bastava ascoltare le dichiarazioni quotidiane di Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli. Adesso arriva la conferma anche in un documento scritto: la risoluzione unitaria sul Documento programmatico di finanza pubblica (Dpfp) 2026 presentata ieri mattina in occasione dell’esame nelle due aule di Camera e Senato nelle quali si è votato anche lo scostamento di bilancio. Documento sottoscritto non solo dal Pd, dal M5S, da Avs e da Più Europa, ma anche da Italia Viva di Renzi. Sono 21 punti che diventano di fatto la bozza del programma del centrosinistra per le elezioni, fa notare la segretaria dem.
La risoluzione, ovviamente, è stata bocciata dalla maggioranza. Ma vale la pena leggere questo programma di “sinistra-sinistra” che arriva persino a mettere in discussione la linea atlantica. Già, perché tra i punti principali c’è la richiesta al governo in carica di riconsiderare radicalmente gli impegni di spesa assunti in sede Nato e scongiurare ulteriori aumenti delle spese per sistemi di armamento. È la linea di Giuseppe Conte che ora anche Elly Schlein accetta di far propria. «Siamo veramente orgogliosi di aver compattato le opposizioni sul no al riarmo», sottolinea proprio Conte nel pomeriggio. «Sulla Nato i riformisti hanno ceduto a Conte», replica immediatamente Elena Bonetți da Azione. È senza dubbio uno dei passaggi politicamente più significativi del documento, che mette nero su bianco una posizione comune sulla spesa militare senza tradursi in un accordo unitario sulle armi a Kiev, visto che sulle risoluzioni alle comunicazioni di Giorgia Meloni previste per oggi le opposizioni arriveranno ancora in ordine sparso.
Poi c’è la richiesta di promuovere «una revisione integrale del Patto di stabilità e sostenere un piano di investimenti comuni sul modello Next Generation EU (anche ricorrendo a debito comune)». Peccato che si stia il dem Paolo Gentiloni, da commissario europeo all’Economia, il regista tecnico e politico del Patto di stabilità. Come se non bastasse, la sinistra propone di fare altro debito comune con un nuovo Pnrr che sarebbe scaricato inevitabilmente sulle generazioni future.
Non poteva mancare un riferimento a una legge sul salario minimo, che il centrosinistra chiede di introdurre da tempo. Il governo Meloni ha sempre evitato di adottare questa misura, temendo che una soglia di questo tipo possa produrre un effetto al ribasso sugli stipendi in quei settori dove oggi i minimi sono più alti.
Continuando a scorrere il documento, troviamo l’idea di un «piano per il diritto alla casa e l’edilizia residenziale pubblica». Scritto così pare una buona cosa. Il punto però è un altro. Il centrosinistra nelle città che amministra sostiene apertamente le occupazioni dei centri sociali e in alcuni casi prevede pure la concessione di immobili pubblici agli occupanti.
Altro tassello da non trascurare è l’idea di «rinunciare all’attuazione dell’autonomia differenziata», secondo una logica di dirigismo statale che contraddistingue da sempre la sinistra.
Da ultimo, la ciliegina sulla torta. La parte del programma che interessa le tasche dei cittadini. Bisogna «adottare una riforma tributaria più progressiva, correttivi al fiscal drag, e misure per lavoro, pensioni, istruzione, industria (stile Transizione 4.0), clima e trasporto pubblico locale». Una riforma tributaria più progressiva sembra una formula neutra. Ma cosa significa realmente?
Elly Schlein lo ha spiegato più volte. Il Pd, con i suoi alleati, vuole abolire la riduzione degli scaglioni Irpef avviata dal governo Meloni. Vuole anche cancellare la flat tax che in questi anni ha prodotto un beneficio evidente per i lavoratori autonomi contribuendo anche a un maggiore recupero dell’evasione fiscale. In questo documento non viene evocata la patrimoniale, vero cavallo di battaglia di Pd e Avs. Ma una riforma tributaria più progressiva significa anche maggiori tasse sui redditi più alti. Ma anche aumentare la pressione fiscale su rendite finanziarie e immobiliari.
