INSTALLAZIONE

Dalla periferia alla Galleria Nazionale, l’arte che cura

Più di 2.500 visitatori in undici giorni per “Not Still”, l’installazione creata dai ragazzi della Comunità Basaglia

Più di 2.500 visitatori in undici giorni per “Not Still”, l’installazione creata da ragazze e ragazzi tra i 18 e i 23 anni della Comunità Basaglia della ASL Roma 2. Tra loro anche la sottosegretaria alla Cultura Lucia Borgonzoni, che ha invitato gli autori al Ministero e negli studi di Cinecittà: «Se la cultura è un luogo che si abita, è giusto che conoscano anche quelli dove si decide e si produce».

Fino a qualche mese fa, molti di loro in un museo non erano mai entrati. Per undici giorni hanno avuto un’opera esposta alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, e ora hanno in tasca un invito al Ministero della Cultura e a Cinecittà. Sono ragazze e ragazzi tra i 18 e i 23 anni e vivono nella Comunità Basaglia, la struttura residenziale terapeutico-riabilitativa del Dipartimento di Salute Mentale della ASL Roma 2, all’estremo margine est della città, dove il centro di Roma è una meta e non un’abitudine. “Not Still”, l’installazione immersiva costruita con le loro voci, ha chiuso domenica 11 ottobre. Dal 1° all’11 ottobre l’hanno visitata più di 2.000 persone. Nella Sala Didattica della Galleria è passato un pubblico vario: famiglie, studenti, operatori, gente che non era mai entrata in una sala della GNAMC e visitatori abituali che non si aspettavano di trovare lì le voci di una comunità terapeutica di periferia. Tra loro c’era anche la sottosegretaria alla Cultura, senatrice Lucia Borgonzoni. «Mi ha colpito soprattutto la verità di quello che ho trovato», racconta. «Non c’è nulla di consolatorio né di didascalico. Si capisce subito che dietro c’è un percorso vero, fatto di incontri, ascolto e ricordi. Entrare in quella sala vuol dire guardare con gli occhi di chi l’ha costruita, ed è uno sguardo che non chiede indulgenza ma attenzione.» Poi una frase che suona come un impegno: «Ma l’emozione non basta, e non voglio che resti un momento isolato». Da qui l’invito ai ragazzi a visitare il Ministero e Cinecittà.

In quella sala nessuno ti diceva cosa guardare. C’erano undici fotografie che non si lasciavano spiegare fino in fondo, un video senza trama e soprattutto delle voci, che arrivavano a frammenti: un ricordo, una parola che ritornava, una pausa lunga. Chi entrava non trovava cartelle cliniche né diagnosi. Trovava degli autori. Tutto è partito da un’immagine: una donna ripresa di spalle che cammina verso qualcosa che non si vede ancora. L’ha scattata Stefano Bernardi, ideatore del progetto, e con quella foto ha vinto la sezione colore del concorso Fotografamens 2025, premiato proprio in Galleria. Il titolo dice già tutto: “Not Still”, non fermi. Nemmeno a vent’anni, nemmeno con una diagnosi psichiatrica addosso. «Avevo una foto e pensavo di sapere cosa raccontava», dice Bernardi. «Poi l’ho portata in comunità e ho scoperto che diceva cose che io non avevo visto. Non ho interpretato i ragazzi. Ho cercato di fare spazio perché le loro parole cambiassero le mie immagini. L’opera, alla fine, è più loro che mia.»

Il metodo era semplice, quasi spoglio. Una volta a settimana, con Bernardi e il dottor Andrea Daverio, che ha condotto i gruppi, veniva mostrata una fotografia. Nessuna spiegazione, nessuna lettura giusta da indovinare. Ognuno rispondeva come voleva: una parola, una domanda, un’associazione, a volte niente. Anche il silenzio veniva registrato. Da quei mesi di incontri è nata la composizione sonora che ha accompagnato chiunque abbia attraversato la sala. «All’inizio non sapevo cosa dire, avevo paura di sbagliare», racconta una delle ragazze, 22 anni. «Poi ho capito che lì non si sbagliava. Guardavi la foto e dicevi quello che ti veniva. E qualcuno ti ascoltava davvero.»

L’arte non sostituisce la cura, e nessuno di quelli che hanno lavorato al progetto lo sostiene. Però può diventarne una parte concreta. Lo si è visto incontro dopo incontro. Chi all’inizio stava in disparte ha cominciato ad avvicinarsi. È cresciuta la curiosità, la pazienza di aspettare che l’altro finisse di parlare e, cosa forse più difficile, il coraggio di dare valore alla propria parola. «Il punto non era produrre un’opera, era il processo», spiega Daverio. «Ho visto ragazzi che nei primi incontri restavano in fondo alla stanza e dopo qualche mese chiedevano quando sarebbe arrivata la foto nuova. Quando sei così giovane e già abituato a essere descritto da una diagnosi, sentirti chiedere “tu cosa vedi?” ti cambia. Torni a essere qualcuno che guarda, e non soltanto qualcuno che viene guardato».

Uno dei ragazzi, 19 anni, lo dice a modo suo: «Io a questo museo non c’ero mai entrato. Poi dentro c’era la mia voce, e l’hanno ascoltata in duemila. Mia madre è venuta e ha pianto. Io le ho detto: mamma, non è triste, è bello». Un’altra ragazza ha 20 anni e si fermava spesso davanti alla foto da cui tutto è partito: «C’è una che cammina e non si sa dove va. Io mi ci sono riconosciuta. Neanche io lo so dove vado, però cammino». È qui che “Not Still” è andato oltre l’idea più diffusa di prescrizione sociale. Di solito l’arte entra nei percorsi di cura come un biglietto, una visita guidata, un laboratorio. In questo caso i pazienti non sono entrati in Galleria come pubblico. Ci sono entrati con un’opera loro.

Per Borgonzoni è proprio questo il punto. «È un esempio concreto di quello che il Protocollo vuole rendere possibile», spiega. «Dico “esempio” perché il nostro obiettivo è valorizzare le esperienze già attive e adattarle ai diversi territori, non imporre un modello unico. Ma “Not Still” ci mostra il punto più alto di questo percorso: le persone non sono destinatarie di una cura, ma autori di un progetto.» Un’esperienza, aggiunge, «che vale la pena documentare e valutare con rigore, per svilupparne di simili in altri territori». Il protocollo è quello firmato lo scorso aprile tra Ministero della Cultura e Ministero della Salute sulla prescrizione sociale. Borgonzoni lo ha voluto con decisione e lo ha seguito fino alla firma. «È un tema che seguo dal 2018 e che meritava di uscire dalla fase delle buone intenzioni», dice.

Il percorso è passato dal convegno “La prescrizione dell’arte che cura”, promosso al Collegio Romano, ed è proseguito con il Gruppo Nazionale di lavoro sulla prescrizione sociale costituito dall’Istituto Superiore di Sanità, di cui la sottosegretaria fa parte. «Il Protocollo riconosce per la prima volta in modo esplicito e sistemico il rapporto tra fruizione culturale, prevenzione e benessere psicofisico», spiega. «Ci permette di superare la frammentarietà delle tante esperienze già presenti sui territori e di costruire una collaborazione stabile tra istituzioni culturali, sanitarie e sociali.» L’obiettivo è dichiarato: «Arrivare in Italia il prima possibile ad avere le prescrizioni sociali di cultura».

Prescrizione sociale non significa scrivere “museo” su un ricettario come si scrive il nome di un farmaco. Borgonzoni lo chiarisce subito: «La cultura non si sostituisce alla medicina, la affianca». Ma i numeri che arrivano dall’estero spiegano perché il tema interessi anche chi guarda ai conti della sanità. «Secondo le stime della University College London, le attività dei musei coinvolti nella prescrizione di percorsi di arteterapia hanno portato a una riduzione del 37% delle visite dal medico di base e del 27% dei ricoveri ospedalieri, con un ritorno stimato tra 4 e 11 sterline per ogni sterlina investita.» Uno studio della stessa università su oltre 3.500 adulti britannici ha rilevato che chi partecipa ad attività culturali almeno una volta a settimana mostra un invecchiamento biologico fino al 4% più lento. Una ricerca del King’s College London, condotta con l’Art Fund alla Courtauld Gallery, ha misurato nei visitatori un calo del 22% del cortisolo, l’ormone dello stress. «Investire in cultura significa investire anche in prevenzione», conclude la sottosegretaria. Per questo, dice, servono ricerca e sperimentazione, perché queste pratiche «siano valutate con rigore e integrate, dove dimostrino la loro efficacia, nei percorsi del Servizio Sanitario Nazionale».

Dalla Comunità Basaglia a Valle Giulia la distanza non si misura solo in chilometri. Nei quartieri del VI Distretto ci sono ragazzi che il centro di Roma lo hanno visto poche volte, e per loro la scalinata di un museo nazionale è un posto pensato per altri. Per undici giorni quella scalinata l’hanno salita da autori. «Le istituzioni culturali possono aprire le porte nel modo più concreto», dice Borgonzoni, «non solo accogliendo i visitatori, ma ospitando il lavoro di chi quei luoghi non li sentiva suoi. Un museo, una biblioteca, un teatro sono luoghi che fanno bene alla salute, dove le persone si incontrano, imparano, costruiscono relazioni. Quando un museo diventa luogo di cittadinanza e partecipazione, smette di essere un luogo “non per noi”.»

La collaborazione tra la ASL Roma 2 e la GNAMC va avanti da tre anni, regolata da un protocollo d’intesa dedicato proprio alla prescrizione sociale. Con “Not Still” ha prodotto qualcosa che più di duemila persone hanno potuto vedere e ascoltare.

L’installazione era uno degli appuntamenti più attesi della quinta edizione di RO.MENS, il Festival della Salute Mentale del Dipartimento di Salute Mentale della ASL Roma 2, realizzato con Roma Capitale e con il patrocinio della Rai. Il festival si è chiuso il 10 ottobre, dopo dieci giorni passati a portare la salute mentale nei musei, negli impianti sportivi, nelle redazioni, nelle piazze. «La cultura ha un ruolo decisivo, perché sposta l’attenzione dalla malattia alla persona», dice Borgonzoni. «Quando il pubblico entra in quella sala e incontra le fotografie, le parole e le voci di questi ragazzi, non vede una rappresentazione della malattia, ma il lavoro di autori. È così che si contrasta lo stigma: con la forza di ciò che le persone sanno fare e raccontare».

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