Arretrati fino a 100 mila euro e aumenti che potranno arrivare a 20 mila euro (lordi) l’anno. Tutto per colpa dei conteggi sbagliati dell’Istat nel 2021, poi recepiti dall’allora governo Draghi.
La cifra è di quelle che possono far saltare i calcoli della prossima legge di bilancio. Servirà, infatti, quasi un miliardo di euro per sistemare gli stipendi dei magistrati, con incrementi retributivi destinati a pesare anche sulle buste paga degli anni a venire. Nelle tabelle del Documento programmatico di bilancio per il 2027, secondo quanto riportato ieri dal Sole 24 Ore, compaiono ben 970 milioni destinati alle toghe nell’ambito di un «fondo sentenze» da circa 1,9 miliardi, praticamente la metà dell’importo previsto per dare esecuzione nel prossimo anno ad eventuali condanne da parte dei giudici. La cifra riguarda circa 11 mila magistrati e comprende gli effetti economici del ricalcolo degli adeguamenti retributivi relativi ai trienni 2018-2020 e 2021-2023. La distribuzione non sarà uguale per tutti: dipenderà dall’anzianità, dalla posizione in carriera e dal trattamento economico individuale. La stima è che, tra arretrati e incremento annuo, per alcuni si possa arrivare a importi complessivi vicini ai 100 mila euro. La maxi somma nasce da un ricorso al Tar presentato dell’Associazione nazionale magistrati, che ha costretto l’amministrazione a rimettere mano ai criteri utilizzati per calcolare gli stipendi. Il meccanismo è previsto dalla legge: le retribuzioni dei magistrati vengono adeguate ogni tre anni sulla base degli incrementi medi pro capite del trattamento economico complessivo delle altre categorie del pubblico impiego. Non basta, quindi, guardare agli stipendi tabellari: occorre considerare anche le componenti accessorie e variabili, oltre a utilizzare correttamente la media tra le diverse categorie.
L’Istat, nel 2020, per motivi che andranno spiegati, ha però completamente sbagliato i calcoli, escludendo alcune voci retributive e adottando una media ponderata al posto di quella aritmetica. Due sentenze del Consiglio di Stato dello scorso anno hanno dichiarato illegittimo il decreto del governo Draghi che aveva determinato, sulla base dei calcoli dell’Istat, gli adeguamenti per il 2018-2020. Per i giudici amministrativi, in particolare, è stato attribuito un peso eccessivo ai comparti più numerosi, come scuola ed enti territoriali, e non alle toghe. L’amministrazione dovrà ora riformulare i conteggi secondo i criteri indicati nelle pronunce. La controversia, come se non bastasse, si è poi estesa al triennio successivo, 2021-2023, aprendo la strada ad ulteriori decisioni e agli adempimenti necessari per dare loro esecuzione. La tegola arriva proprio mentre il governo deve fare i conti con risorse limitate, con la legge di bilancio chiamata a finanziare le misure fiscali per il ceto medio, gli interventi sulle bollette e gli altri impegni economici dell’esecutivo. C’è poi un secondo elemento da non sottovalutare: l’adeguamento corretto delle retribuzioni produce effetti permanenti, destinati a riflettersi sulle spese future. Negli ultimi anni, va ricordato, sono stati assunti migliaia di magistrati i cui stipendi dovranno essere parametrati ai nuovi importi, facendo saltare lo stanziamento di bilancio che era stato inizialmente previsto. Restano, infine, da definire gli adeguamenti per il triennio 2024-2026, con i nuovi criteri di calcolo e gli incrementi intervenuti negli anni precedenti che dovranno essere quantificati.
Ma c’è un’altra partita che si sta preparando. L’Istat, pare, avrebbe sbagliato i conteggi anche per i professori universitari, i ricercatori e militari.
Una platea vastissima che in caso di ricorso, sicuramente accolto visti I precedenti, rischia di far saltare definitivamente il bilancio dello Stato.
Una vera sciagura per l’attuale maggioranza che in questi ha dovuto rimediare agli errori e agli sprechi dei governi precedenti, ad iniziare dalla voragine del super bonus e di quella del reddito di cittadinanza. Questa volta, però, bisogna ringraziare l’Istat.
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