IL REPORTAGE

Terremoto, ad Amatrice mancano all'appello 64 casette

Il tuo browser non supporta il tag iframe

Silvia Mancinelli

Alla vigilia del secondo Natale tra le macerie, Amatrice è quel calice di vino incrinato sopra all’unico mobile di un Hotel Roma che non esiste più. Rotto, vuoto, solo in mezzo a una distesa di macerie. Eppure incredibilmente in piedi dopo le scosse, la pioggia, il vento e la neve che lo ha accarezzato appena. La zona rossa è ancora lì, con una lunga palizzata in legno a coprire la devastazione tutto intorno e buchi enormi lasciati da demolizioni a rilento. «Onore al popolo italiano» si legge in quel che resta di un tricolore appeso e strappato dalle intemperie. «Ma tanto l’orco arriverà di nuovo. Da qui bisogna andar via», sentenzia Tommaso. Ha il berretto calzato in testa per proteggersi dal freddo e passa il tempo nel bar tra Amatrice e San Cipriano per non restare nella casetta che non sente sua. Vaga come Max, il cane di un signore del posto che lo lascia libero di scorrazzare tra le macerie e farci da scorta tra i pezzi di cemento armato, i ferri, i sassi che fino a un anno e mezzo fa erano il suo “posto”. Non ci lascia mai soli Max, precede perfino i vigili del fuoco e si ferma ad aspettare se non ci vede arrivare.