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L’algoritmo clona i Beatles e punta all’hit parade

Sony lancia il primo singolo di un disco composto interamente dall’intelligenza artificiale

L’algoritmo clona i Beatles e punta all’hit parade

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I n mezzo a tanta musica di plastica non sembra neanche una notizia. E il prodotto non è peggiore di tanta roba che si ascolta alla radio.

Stiamo parlando di «Daddy’s Car», il primo singolo di un album in uscita nel 2017 che ha la particolarità di contenere soltanto tracce composte attraverso l’intelligenza artificiale. Il cervellone pop in questione si chiama Flow Machines ed è stato realizzare dal Csl Research laboratory di Sony con l’obiettivo dichiarato di scalare le classifiche a colpi di hit digitali, ma sorpattutto di ribaltare il mercato della musica affidando alle macchine l’unica cosa che, almeno fino a oggi, è stata esclusivo appannaggio dell’uomo: la creatività. Chi sa cosa ne pensano i Kraftwerk, la band tedesca che sogna da decenni di trasformarsi in un gruppo di robot.

Ma come funziona? Flow Machines è un software basato sull’intelligenza artificiale in grado di «imparare» dagli input che riceve. In questo caso, l’algoritmo è stato messo nella condizioni di pescare tra 13mila brani musicali, un database che tocca molti generi della musica contemporanea, soprattutto pop, rock e jazz ma anche bossa nova e temi da musical. Il cervellone, però, non se la canta e se la suona da solo: a guidare il processo è stato un compositore in carne e ossa, il francese Benoît Carré che ha prodotto le canzoni e scritto i testi sullo spartito uscito dal FlowComposer, la parte del software che finalizza il lavoro. La «variabile umana» rappresentata dal musicista non interviene né sull’armonia né sulla melodia dell’opera, ma ha il compito di indirizzare lo stile desiderato restringendo il campo delle citazioni. Ad esempio il singolo «Daddy’s Car» (è possibile ascoltarlo sul sito www.flowmachines.com) è dichiaratamente ispirato ai Beatles: l’arrangiamento gioca con le armonizzazioni vocali di Lennon-McCartney e con strumenti che fanno subito revival anni ’60 come campane e theremin, mentre la melodia sembra uscita da un frullatore dove sono stati buttati alla rinfusa pezzi dei dischi solisti dei baronetti di Liverpool. Insomma, non siamo davanti a un capolavoro come «Yesterday», «Imagine» o «Helter Skelter». Aspettiamo il resto del disco. All’interno ci saranno anche brani che richiamano a Irving Berlin, Duke Ellington, George Gershwin e Cole Porter. Giganti della musica internazionale con cui il cervellone dovrà necessariamente confrontarsi. Speriamo non sia permaloso.

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