Altrotempo

Orti «estremi» e serre al led. Così si prova a immaginare il futuro Agricoltura spaziale

Fame e sete, due grandi emergenze del nostro pianeta eppure, fra le risposte possibili, una si trova fra le stelle. Le ipotesi scientifiche sulle realizzazioni tecniche e le ricerche biologiche, rendono sempre più tangibile la possibilità di produrre cibo sulla Luna e su Marte. Per adesso sembra che il futuro nello spazio sia di funghi, licheni, particolari radici e piccoli pomodori, solo per citarne alcuni. Molte delle ricerche e delle ipotesi tecniche migliori provengono da realtà accademiche e aziendali del Lazio e di aree vicine del centro Italia. Una panoramica venuta fuori nei giorni scorsi all’evento Agrispazio - Colonizzare Luna e Marte per nutrire la Terra al Museo dell’Ara Pacis, voluto da Lazio Innova con il coordinamento scientifico dell’università di Tor Vergata (professoresse Daniela Billi e Olga Rickards). Incontro preceduto dagli interventi di Lorenzo Lo Cascio, dell’assessorato allo Sviluppo economico della Regione Lazio, Antonella Canini, delegato del rettore dell’università Tor Vergata alle Politiche territoriali e ambientali, Salvatore Pignataro dell’Asi e Luigi Campitelli per Lazio Innova. Ecco quindi venir fuori il futuro prossimo attraverso le ricerche dell’Agenzia Spaziale Italiana, dell’Enea, della Thales Alenia Space (Gruppo Thales insieme a Finmeccanica) con la sua sede romana, dell’Aero Sekur Spa (Spazio, Aeronautica e Difesa) con la sede principale ad Aprilia, insieme a imprese che si occupano direttamente di nuovi sistemi di coltivazione, come la Ferrari Farm a Colle Cerqueto, sul Lago del Salto (Rieti), azienda estesa su 10 ettari e che ha l’unico impianto in Europa di coltivazioni idroponiche in serre ermetiche sterili di ultima generazione. Il Progetto Ibis, Italian Bio-Regenerative Systems che mette in rete le realtà suddette e tante altre, anche per progettare moduli spaziali di nuova generazione, capaci di sostenere per lunghi periodi la vita degli astronauti senza rifornimenti dalla Terra. E ancora la Actinium Chemichal Research diretta dal professore Franco Cataldo dell’università della Tuscia (Viterbo), accademico che ha spiegato come l’acqua utilizzata dagli astronauti sia fornita dall’Italia e come contenga un "biocida" (uccide i microrganismi): l’argento ionico, perfetto per mantenerla limpida senza che si sviluppino alghe e batteri. La tradizione antica aveva già messo in luce le proprietà dell’argento, come quando gli antichi romani mettevano una moneta di questo metallo nelle riserve d’acqua, poi utilizzo protrattosi nella storia delle posate d’argento che hanno sempre avuto un’azione auto-sterilizzante per effetto oligodinamico e in chiesa, con pisside e tabernacolo in argento od oro (anche questo con proprietà simili all’argento). Proprio lo studio di alimenti e acqua in situazioni estreme, come nello spazio, porteranno a soluzione adatte per coltivazioni in ambienti protetti sulla Luna e su Marte. Prima di tutto bisogna portare gli uomini sul nostro satellite e sul Pianeta Rosso. Per Marte l’effetto-tempo gioca una parte importante su due fronti: la capacità di generare nelle navi spaziali ambienti biorigeneranti che tengano in vita e in salute l’equipaggio (non bastano le sole riserve di cibo e acqua visto l’altissimo costo solo per portarle in orbita terrestre); il problema delle radiazioni solari che, fuori dalla protezione magnetica della Terra, colpirebbero duro, tanto che un uomo di 30 anni e una donna di pari età, potrebbero avere un 3% di rischio di morte indotta da esposizione, rispettivamente per un periodo inferiore a 400 e a 300 giorni. Coi tempi di trasferimento, permanenza e ritorno da Marte non ci siamo. Gli studi avanzano. Si provano gli «orti estremi» e i migliori candidati come alimento, capacità di riciclare aria e purificare acqua, degradare e produrre compost, sono funghi e licheni resistenti a temperature estreme, raggi UV, trovati ancora attivi fra i ghiacci dell’Antartico, come sottolineato dal professore Silvano Onofri dell’università della Tuscia. Poi il «Microtom», pomodoro fortificato nella produzione di Antociani (noti antiossidanti, proteggono la funzionalità visiva, scongiurano la fragilità dei vasi sanguigni e hanno un’azione in antitesi a quella del colesterolo) e colture di «Hairy Root», un tipo di radici adatte per avere produzione di biofarmaceutici e molecole antiossidanti, resistenti a raggi gamma e protoni, come raccontato da Eugenio Benvenuto dell’Enea. Sistemi di serre chiuse con illuminazione a led, autosufficienti e auto rigeneranti potranno avere ottimi effetti anche nella produzione a terra con raccolti moltiplicati durante l’anno e protetti da agenti patogeni. Intanto sono già in vendita serre domestiche di questo tipo, grandi come una scatola o un piccolo frigo.