Altrotempo

Italia a tutta birra

Lo scrittore Ernest Hemingway sosteneva che «il vino è il condensato di un territorio, di una cultura, di uno stile di vita». Se l’affermazione fosse vera il vino sarebbe sicuramente il «condensato» dell’Italia con le sue mille sfaccettature e contraddizioni. Compresa quella che il Paese, da molti considerato una delle patrie della viticoltura, sta lentamente diventando un piccolo Paradiso per birrofili e birrai. A dirlo è l’analisi della Coldiretti presentata in occasione del BeerAttraction International Craft Breweries Show che oggi si conclude a Rimini. L’associazione ha elaborato i dati Istat relativi ai primi dieci mesi del 2014. In questo periodo le esportazioni di birra italiana all’estero sono aumentate del 13% e la cosa forse più sorprendente è che metà delle spedizioni aveva come destinazione il Regno Unito. Che, volendo parafrasare il pensiero di Hemingway, ha nella birra il «condensato» del proprio territorio. Certo non siamo mica gli inglesi, né gli americani, i tedeschi o i belgi. Ma qualcosa da insegnare in questo settore ce l’abbiamo anche noi. Non a caso ad essere particolarmente apprezzata Oltremanica è la nostra produzione artigianale che ormai può contare su 600 microbirrifici sparsi su tutto il territorio nazionale (dieci anni fa erano una trentina). Nel 2014 sono stati 30 milioni i litri prodotti mentre sono più di 30 milioni i consumatori (anche se il livello di consumo procapite è fermo a 29 litri contro i 144 della Repubblica Ceca, i 107,8 dell’Austria, i 105 della Germania, gli 85,6 dell’Irlanda). La vera notizia, però, è che il successo della birra italiana all’estero rappresenta anche una «manovra anti-crisi». Gli under 35 sono i più attivi e sempre più spesso una semplice passione si trasforma in una possibilità di impiego. Poi c’è il progressivo affermarsi della filiera corta del made in Italy agroalimentare con le coltivazioni nazionali di orzo che nel 2014 hanno toccato le 860.000 tonnellate sostenendo in maniera significativa la produzione birraria. Insomma sempre di più la birra artigianale italiana è il frutto di una formula che può tradursi in tre semplici parole: seminare, produrre, trasformare. Tutto all’interno dei confini nazionali. Non a caso Teo Musso, fondatore del marchio Baladin e precursore del "movimento italiano" (come ama dire «ho iniziato a fare birra nel 1996 quando in Italia la parola birrificio non esisteva») ha creato la Nazionale, la prima birra 100% italiana. E con lei sarà presente, dal primo maggio, all’interno dei padiglioni di Expo. Non a caso Leonardo Di Vincenzo, fondatore di un altro marchio storico come Birra del Borgo (premiato proprio a Rimini come miglior birrificio italiano), ormai trascorre quasi metà dell’anno in Australia dove ha avviato la produzione e dove il mercato della birra artigianale, proprio come accaduto in Italia alcuni anni fa, è in costante crescita. E poi ci sono tantissime altre birre che fanno bella mostra di sé in giro per il mondo. Alcune, come la piemontese Loverbeer, l’emiliana Del Ducato o la toscana L’Olmaia, possono essere ordinate in uno dei migliori ristoranti del mondo (l’Eleven Madison Park di New York). Altre, come la Pratorosso realizzata nell’omonimo agribirrificio di Settala (Milano) ormai da qualche anno sono sbarcate in Giappone. Il problema, come spesso accade, resta l’Italia dove i birrai chiedono da tempo di poter usufruire di un’accisa ridotta come accade in molti Paesi europei. Il ministero dell’Agricoltura ne sta discutendo con il ministero dell’Economia che per ora non sembra intenzionato a cedere. La birra italiana piace nel Regno Unito, ma non ai "ragionieri" italiani.