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Viaggio nei luoghi del «Gattopardo» dove la cultura sposa la cucina

Forse una delle migliori descrizioni del paesaggio della Sicilia della metà dell'800 la diede Giuseppe Tomasi di Lampedusa, il famoso autore del «Gattopardo», laddove scriveva che ignora le vie di mezzo «fra la mollezza lasciva e l'asprezza dannata», con un clima «che ci infligge, sei mesi di febbre a quaranta gradi». Nel romanzo proprio il paesaggio acquisisce un ruolo primario. I palazzi principeschi e le altre nobili dimore dove la vicenda si svolse si contrappongono a campagne selvagge descritte in modo avvincente magari all'interno dei ricchi tenimenti vitati dell'azienda «Planeta» o della «Settesoli» di Menfi. Abbiamo ripercorso - da turisti - i luoghi più legati al «Gattopardo» e che si trovano soprattutto nella parte occidentale dell'isola. Partendo da Palma di Montechiaro nell'agrigentino. È da qui che la famiglia Filangeri di Cutò - in origine uomini d'arme napoletani - i «Gattopardo», proviene. Oltre al Palazzo ducale (ora trasformato in museo) dove gli antenati di Tomasi abitarono, a poca distanza spicca l'imponente monastero delle Benedettine dove in passato le monache di clausura (ora sono rimaste poche) erano famose anche per il loro lavoro di rinomate pasticcere. Confezionavano ottimi dolci che ancora oggi si possono acquistare all'entrata del monastero depositando il denaro in una ciotola girevole dal quale le suore fanno uscire, senza farsi vedere, deliziosi pasticcini. Ma il vero palazzo che è legato alla figura del «Gattopardo» è a circa un'ora di auto in direzione di Marsala. Si trova a Santa Margherita Belìce nella valle del Belìce. Era la residenza estiva del principe di Salina, il personaggio principale del romanzo. Oggi l'edificio accoglie il museo dove è custodito il dattiloscritto del celebre romanzo. I richiami della storia e della letteratura stimolano la curiosità anche per la buona tavola e per i vini di cui la Sicilia è assai nota. Nella vicina Menfi si trova infatti la cooperativa vinicola Settesoli , la più grande d'Europa, che produce, tra gli altri vini, il Nero d'Avola, Grecanico, Grillo, Sauvignon, Syrah e Inzolia e lega il suo nome proprio al feudo Settesoli che oggi conta 2000 soci e ha portato il nome della Sicilia enologica in tutto il mondo. I vini più griffati vestono l'etichetta Mandrarossa (tel. 0925-77111). Ci spostiamo di alcuni chilometri e a Sambuca troviamo l'altra importante cooperativa Cantina Cellaro più piccola di dimensioni ma comunque altrettanto importante per i vini la cui qualità è alta non solo per via delle condizioni pedoclimatiche della zona ma anche per le innovazioni tecnologiche introdotte nella produzione dei vini. Che spaziano dal Nerello mascalese, al Nero d'Avola, al Grillo e al Syrah (tel. 925-942944). La valle del Belìce custodisce un patrimonio non solo vinicolo ma anche gastronomico di altissima qualità. Nella parte interna collinare meritano un cenno il formaggio Vastedda dop ottenuto con latte di pecora, caratteristico per il suo intenso aroma, l' arancia dop di Ribera (altra località della storia italiana perchè qui ebbe i natali Francesco Crispi, uno dei capi della rivolta contro i Borboni nel 1860 e poi successivamente presidente del Consiglio) e l' olio extravergine dop ottenuto con la spremitura a freddo delle olive «Nocella del Belìce». Sono le specialità più famose ma esistono anche piatti fatti direttamente in casa da esperte cuoche che propongono ricette antiche come le nfigghiulate , capolate , ciavate , pupi cu l'ova , cannileti e busiate (una sorta di fusilli arrotolati a mano sul ferro e conditi con carne). E poi ancora i nucatoli , gli arancini e le sarde a beccafico che - spiega il gastronomo Martino Ragusa - rendono onore alla cucina più antica e tradizionale dell'isola. Sambuca, che al tempo degli arabi si chiamava Zambut, è nota anche per i dolci. «Minni di virgini» (seni di vergine) è un dolce a base di mandorle e pistacchi che venne preparato nel 1725 dalle suore del convento in occasione del matrimonio di donna Francesca Reggio, divenuta marchesa di Sambuca , con il nobile don Giuseppe Beccadelli.